Uno sguardo inedito alla Svizzera con Così lontano così Ticino

Uno sguardo inedito alla Svizzera con Così lontano così Ticino
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Devo dire la verità: quando sabato sono andata al Teatro San Teodoro a vedere Così lontano così Ticino l’ho fatto sulla fiducia. La programmazione del teatro è sempre di grande livello e lo spettacolo è scritto e diretto da un amico, Davide Marranchelli, che stimo molto e che, oltre a esserne regista e autore, ne è protagonista insieme a Stefano Panzeri, altro nome che porta con sé una garanzia di talento e professionalità. Non sapevo cosa aspettarmi: di sicuro un testo che facesse riflettere, magari attraverso qualche risata e qualche luogo comune (parlando di Svizzera – e di Ticino in particolare – da questa parte del confine, viene naturale immaginarselo); forse un racconto che coinvolgesse di certo “noi” italiani in contrapposizione agli svizzeri; una storia che parlasse anche del passato, perché ero consapevole che ci fossero di mezzo ricordi provenienti da lontano. Ecco, Così lontano così Ticino è questo e molto altro. Grazie a questo spettacolo ho scoperto una storia che (colpevolmente) ignoravo: quella di migliaia di famiglie e, in particolare, di bambini e ragazzi italiani costretti, negli anni Settanta, a vivere in clandestinità per via delle leggi svizzere che non consentivano ai lavoratori stagionali (prevalentemente italiani) di portare con sé le famiglie. Accanto a loro altrettanti bambini e ragazzi stazionavano per anni in “orfanotrofi” creati quasi appositamente per coloro che decidevano di mantenere i propri figli in Italia ma il più possibile vicino al confine per poterli andare a trovare ogni due settimane o quasi: è la storia anche di alcune famiglie comasche, è la storia anche di alcuni istituti della zona.

Stefano Panzeri e Davide Marranchelli

Nello spettacolo a raccontare tutto questo sono Achille e Stefano, italiani figli di emigrati e poi naturalizzati che non hanno mai smesso di sentire in loro stessi le proprie origini e un senso di rivalsa forte, tanto forte da scavare nel profondo. Attraverso i ricordi, le liti, i monologhi da brivido e gli scambi di battute abbiamo seguito la vicenda dei due, il loro progetto di rapinare una banca per restituire, lanciandoli dal Duomo, i soldi “rubati” al popolo italiano e infine, fallito il primo piano, il rapimento di Mina. Il giusto mix tra sorriso – spesso amaro – e commozione, tra attualità e ricordo del passato: Achille e Stefano si sentono privati di qualcosa da una Svizzera che non entra in guerra, che ruba i soldi degli italiani, che sottrae anche la cultura del nostro Paese tenendosi Mina – da restituire ai suoi compatrioti come fosse un bottino di guerra. I due, però, così vicini e così lontani tra loro, sono insoddisfatti delle loro vite anche per via della pochezza delle loro relazioni, che affidano a Tinder, dei sogni infranti, del doversi (o volersi) accontentare di una vita poco emozionante, del confronto con chi – all’apparenza – ha tutto. Tra equivoci, qualche risata, una “vera” Mina sul palco, il coinvolgimento – suo malgrado – di una “vera” Rita Pavone (ecco, Davide, quello per me è stato un colpo basso), fino al finale inaspettato,  in platea si è avvertito un comune coinvolgimento e senso di rispetto per la storia di Achille e Stefano e di tanti altri; abbiamo riflettuto, abbiamo sorriso, ci siamo commossi. Bravi.

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