Un’emozionante Follia conquista il San Teodoro

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L’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La sala del Teatro San Teodoro di Cantù (sì, ancora lui, perchè qui accadono meraviglie, sempre, è un fatto innegabile) è affollatissima, la prima di questo venerdì 19 gennaio è sold out da tempo, l’aria intorno è carica di elettricità e febbrile aspettativa. Prima che le luci si spengano, Giacomo Puzzo guadagna il palco per raccontare la genesi di quanto vedremo tra poco, ringraziare chi vi ha partecipato (i giovani, soprattutto) e il pubblico presente «Voi che, alzandovi dalla poltrona di casa vostra e venendo qui, avete fatto un’azione verso l’altro, in questa società che sta facendo di tutto per farci sentire inutili. Questo è un gesto rivoluzionario».

Giacomo Puzzo

Così comincia Follia, la pièce teatrale frutto del progetto promosso dalla Compagnia teatrale Circolo Arci Trebisonda, con il sostegno e la collaborazione del San Teodoro, l’adesione ufficiale del Dipartimento di salute mentale di Trieste, il patrocinio dell’Asst Lariana e dell’Associazione Asvap, uno spettacolo ideato, scritto e diretto da Puzzo con il prezioso aiuto di Francesca Cervellino e costruito in occasione del quarantesimo anniversario della promulgazione della Legge 180/78 (Legge Basaglia). Quella legge che, alla fine degli anni Settanta, impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici e facendo dell’Italia il primo paese ad abolire gli ospedali psichiatrici, rompendo, di fatto, il lento adagio per cui «i pazzi, in quanto pazzi, stavano dentro, e i normali, in quanto normali, stavano fuori».

Ed è proprio questo il concetto intorno a cui ruota l’intero spettacolo: l’impossibilità di definire, con chiarezza, chi è folle e chi non lo è, di distinguere i malati dai sani, di segnare il confine tra pazzia e normalità. «Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no – ha scritto William Faulkner nel suo romanzo Mentre morivo – Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince ad andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma come lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore».

È questa frase, incontrata mentre preparavo gli esami di psicologia all’università, a rimbalzarmi con insistenza nella testa, mentre dalla platea si levano i lamenti e le grida dei pazzi, che lentamente si spogliano, annullano la propria identità e salgono sul palco, con i camici bianchi e gli occhi pieni di orrore. Quei pazzi che sono le madri, i padri, i figli di qualcuno, quei pazzi che siamo noi, ogni volta che imprechiamo nel traffico, che perdiamo il controllo e la speranza, che ci sentiamo affranti e sconfitti, quei pazzi che sono sempre gli altri, perchè noi siamo quelli sani, quelli buoni, quelli adeguati, quei pazzi che, sopra ogni cosa, sono Persone con la maiuscola, e sarebbe bene non dimenticarsene.

Follia porta con sé la forza dell’autenticità di ciò che viene rappresentato, perchè nulla di ciò che accade (ed è drammaticamente accaduto) è frutto di una macabra fantasia, anche se è difficile crederlo. Dalle torture mascherate da trattamenti medici, dall’abuso di farmaci devastanti esaltato come l’unica soluzione possibile, gli attori (tutti non professionisti, ed è bene ricordarlo) sanno mettere in scena una tragica realtà con profonda onestà e incantevole ironia, centrando l’obiettivo al primo colpo e mostrando una bravura e un talento straordinari. La grandezza di questo spettacolo sta proprio qui, nella capacità di conquistare il pubblico con il sorriso, di raccontare le macerie senza pietismi e angosce, di ferire senza eccessivi sanguinamenti, perchè la speranza vinca sulla devastazione e, in fondo, sia la sola cosa a restare appiccicata alle coscienze e ai sentimenti.

«Quello che mi piace tantissimo – ha affermato Puzzo, al termine dello spettacolo, dopo diversi secondi di attesa silenziosa prima degli applausi – è che non si capisca quando lo spettacolo finisce. Questa non è la fine, ma l’inizio, dobbiamo andare avanti, prenderci cura, non fermarci qui.» A questo punto tocca al coro degli Schiacciavoci che, accompagnato dalla chitarra di Daniele Molteni, dalle percussioni di Diego Grippo e dalla tastiera di Clara Zucchetti, conclude in un’esplosione di gioia una serata davvero emozionante.

Poi sono abbracci, parole e incontri, poi è tempo che sembra non finire mai. Torno a casa, questa sera, carica di tenerezza consapevole, con gli occhi lucidi, il sorriso largo e il cuore che esplode di gratitudine. So di non essere la sola, comunque. Ve lo leggo in faccia.

(Foto di Eleonora Pafundo)

 

 

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