Un pizzico di Follia anche per gli studenti

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Una matinée a teatro non mi capitava da un po’ ed è stato bello tornarci per Follia. Ho iniziato a conoscere questo progetto – nato dalla collaborazione tra la Compagnia teatrale Circolo Arci Trebisonda e il Teatro San Teodoro di Cantù, con l’adesione del Dipartimento di salute mentale di Trieste e il patrocinio dell’Asst Lariana e dell’Associazione Asvap – pian piano, scrivendo dei numerosi laboratori che tra febbraio e maggio 2017 hanno coinvolto tanti docenti (attori e professionisti dello spettacolo come Antonello Rizzella, Davide Marranchelli, Elisa Carnelli, Francesca Cervellino, Marco Belcastro, Stefano Annoni, Vittorio Liberti, Simona Pagnoni) e un pubblico foltissimo.

Vedere lo spettacolo di mattina, circondata da tanti studenti, è stato ancora più emozionante di quanto mi aspettassi: quello che è accaduto sul palco ha mosso in me – e, ne sono certa, in tutti i presenti – una moltitudine di sensazioni fortissime. Lo spettacolo mi è entrato nel cuore e un paio delle foto – emblematiche – di Eleonora Pafundo e Claire Wymer entreranno anche nella mia nuova casa. Ho provato anche una fortissima nostalgia per gli anni in cui ho insegnato a ragazzi della stessa età dei presenti e con i quali avevamo affrontato anche tematiche come quella della malattia mentale e della rivoluzione attuata da Basaglia: mi sarebbe piaciuto essere ancora a scuola, per poter portare con me i miei alunni.

Molti dei presenti sono studenti – o ex studenti – venuti apposta nonostante non fosse una giornata di lezione; un’azione importante per loro e per l’altro, come ha spiegato il regista Giacomo Puzzo: nella nostra epoca pare che la società stessa sia un’istituzione totale – come lo sono stati i manicomi e come lo è il carcere – ma non è e non deve essere così e soprattutto i più giovani devono prendere coscienza del fatto che la vita è nelle loro mani e le loro azioni hanno rilevanza non solo per se stessi. I ragazzi sono spesso molto più ricettivi di quanto si pensi e portati a riflessione molto profonda: durante la messa in scena il coinvolgimento e l’attenzione sono stati palpabili, nei momenti più drammatici come in quelli apparentemente più leggeri.

Sentire raccontare di manicomio e di ciò che li dentro avveniva, vederlo rappresentato, riflettere su chi erano i matti e del perché venivano rinchiusi è stato duro ma necessario perché tutto questo avveniva fino a soli quarant’anni fa, anche se elettroshock, lobotomia, camicie di forza, coma indotto e tante altre terapia farmacologiche – di cui, è bene ricordarlo, si può anche morire – possono sembrare metodi lontani anni luce da noi. Perché non è vero che i matti debbano stare dentro e le persone normali fuori, che i binari della normalità debbano essere fatti seguire comprimendo e imprigionando – letteralmente – gli individui e la loro identità. Al termine mi è capitato di chiacchierare con le ragazze sedute accanto a me ed è stato bellissimo scoprire che anche loro – di generazione e sensibilità certamente diverse – avevano provato emozioni tanto forti e fossero state molto colpite, come me, dal testo e dalle performance degli attori.

La compagnia, come il regista ha tenuto a precisare, è decisamente variegata: composta da persone di ogni età, racchiude in sé attori della Compagnia Teatrale Trebisonda, alcuni partecipanti ai workshop, operatori e utenti dei servizi di psichiatria del territorio; con loro per lui e Francesca Cervellino, co-regista, è stato straordinario lavorare ad un progetto che ha avuto la caratteristica di appassionarli e avvicinarli l’un l’altro. Tutti, senza eccezione, sono stati decisamente convincenti e coinvolgenti, muovendosi e recitando sul palco, alzando le loro voci dalla platea, mischiandosi fra il pubblico e unendosi ad esso nel raccontare le storie dei personaggi, spogliandosi degli abiti da malati e rivestendosi come persone nuove. Se fosse proprio vero che, in fondo, «‘sta normalità è un vestito troppo stretto per tutti»?

(Foto di Eleonora Pafundo)

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