Trainspotting: lo schiaffo del San Teodoro ai nostri anni imbolsiti

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«Solo una sana e consapevole tossicodipendenza salva i giovani dallo stress e dalla depravazione nevrotica». Quando uscì a metà degli anni Novanta, prima come libro (di Irvine Welsh) poi come film (con la regia di Danny Boyle), Trainspotting fu un pugno nello stomaco, un caso disturbante, in aperta rottura con il rampantismo e la tranquillità borghese dell’epoca. Quell’opera paradossale e grottesca fece breccia nel cuore degli adolescenti. Incentrata sulle droghe e sulle dipendenze, era destinata a diventare un cult.

Ebbene, la Stagione 2018/19 del Teatro San Teodoro di Cantù riparte, venerdì 19 ottobre alle 21, con uno spettacolo che non ha nulla di invidiare al più nota pellicola cinematografica. Ne siamo consapevoli, il rischio di riuscire anacronistici o di banalizzare, scimmiottando il film e cadendo nella maniera, era forte. E invece ciò a cui assistiamo, è una storia metropolitana sapida, beffarda, splatter sin dalle prime battute, che scuote con nuovo vigore i nostri anni imbolsiti e nichilisti. La versione teatrale italiana ideata da Sandro Mabellini non subisce il contraccolpo della traslitterazione dal video al palco ma, anzi, riesce a dare nuova linfa, grazie a una regia raffinata e scarna insieme, concreta e lucida che molto si basa su puntamenti e direzionamenti luci, e ad interpreti corroboranti e vigorosi, ad un discorso qui mai trattato con banalità né superficialità. Qui non è la droga la protagonista, non è lo sballo, ma lo sfascio, lo sfacelo, la distruzione del sé. Antieroi e la loro eroina.

Lo spettacolo racconta la storia di quattro ragazzi e una ragazza. Mark Renton, disoccupato come la maggior parte dei giovani scozzesi della sua generazione, ha trascinato nella confusione e nella dedizione ad ogni tipo di droga i suoi amici d’infanzia. Sick Boy, un appassionato di cinema e sciupafemmine, Begbie, un pericoloso outsider sempre alla ricerca della rissa, Tommy, un seguace del bodybuilding, e Alison, fidanzata di Sick Boy, che cerca di conciliare la sua dipendenza dalla droga con il suo ruolo di madre. Per ingannare la noia, i personaggi rubano, e si distruggono di eroina, tutti tranne Tommy, che vive un’altra forma di dipendenza.

Non siamo ancora entrati in sala e già vediamo sulla scena quattro tipi spogliati, sbolliti, sdruciti, smidollati, volgari, in paranoia totale nell’attesa di un treno. Da questo nasce il titolo dell’opera, dall’atto di aspettare i treni. Era l’epoca in cui i tossicodipendenti, in preda alla disperazione, posavano la testa sui binari e aspettavano i convogli. Trainspotting, lo stare sulla banchina a vedere i treni, degli altri, le vacanze, degli altri, i lavori, degli altri, gli appuntamenti e le vite, degli altri, andarsene lontano, sfrecciarti addosso, spostandoti il ciuffo, togliendoti la polvere da sopra la maglia sudata. Attendere, aspettare un’altra folata di vita che scompigli per un attimo capelli che non hanno conosciuto balsamo, giubbotti di pelle lisi ai gomiti. Quel vento forte che ti scardina, quel rivolo subito dopo l’oblio di quella linea gialla di demarcazione, quel Mindthegap, tra chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha accettato le regole, le convenzioni, il sistema, e chi lo ha rifiutato, cancellando il suo essere parte integrante di questa società, rimanerne dentro ma contestando, protestando in primis con se stessi.

Tre attori prendono possesso della scena con una personalità rara, con una forza d’urto dirompente: Michele Di Giacomo è Mark Renton, il protagonista, disoccupato che trascina i suoi amici nel vortice della “roba”; poi c’è Begbie (Marco Bellocchio), energumeno dotato di straordinaria energia vitale. Infine c’è Tommy (Riccardo Festa), proteso nella cura maniacale del proprio corpo. Nel divampare di tanta vitalità, prova faticosamente a reggere il passo l’unica donna in scena, Valentina Cardinale, nei panni di Alison.

Tra espedienti vari e piccoli reati, i nostri cercano la dose per procurarsi il rush, lo sballo. Non c’è una vera e propria pulsione autolesionistica: Mark e gli altri si “fanno” semplicemente per sfuggire alla normalità e alle sue convenzioni, forse non meno deliranti della droga. Essere liberi, per loro, significa procurarsi liberamente il maggior piacere possibile.

Gli attori danno il meglio di sé: visi spiritati, parole biascicate, recitazione deforme. Sono in preda a mille tic e mille nevrosi. Assistiamo alla dilatazione delle loro pupille. Percepiamo le crisi d’astinenza, i dolori muscolari e delle articolazioni, la nausea, il vomito, i crampi allo stomaco, la dissenteria, i brividi, la pelle d’oca, la sudorazione, la lacrimazione oculare, l’estrema irrequietezza. È un mix d’ansia e disforia, depressione ed esaltazione. In questo vortice aberrante di pose languide o plastiche, di voci graffianti o striscianti, ogni dettaglio è curato. Mabellini in cabina di regia ne inventa di tutti i tipi per regalarci cento minuti di puro trip, all’insegna dell’ironia e della sfrontatezza.

Biglietti:

Intero: 16 euro
Ridotto: 14 euro (under 30, over 65, soci Parolario, Chiostrino Artificio, Allineamenti, Trebisonda, FuoriTraccia, Libera, Aism, Emergency, Gabbiano, Asvap6, CoopAttivamente)
Bcc: 12 euro (soci Bcc, Amici del teatro e corsisti)
50%: 8 euro (diversamente abili, under 14)

Per saperne di più:

Web: http://www.teatrosanteodoro.it/evento/trainspotting/
FB: https://www.facebook.com/events/2109202919140808/

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