Otello: dramma del passato, violenza di ogni epoca

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Farò una cosa che non si dovrebbe mai fare, per molti ottimi motivi, ma ho deciso che la farò ugualmente, quindi mettetevi il cuore in pace. Partirò dalla fine. Partirò dalla fine, perché delle volte bisogna partire dalla fine, per comprendere l’inizio e tutto quello che sta nel mezzo. Non vi svelerò alcun segreto, perchè, a meno che non abbiate vissuto sul fondo di una caverna platonica (che con questo caldo non sembra nemmeno una cattiva idea) fino a ieri sera, mi piace immaginare che la storia e il tragico epilogo di Otello e Desdemona li conosciate già. Quello che invece vi svelerò è che io, davvero, non ci avevo mica capito niente.

Sarah Tisba (Desdemona) e Francesco Anile (Otello)

O meglio, leggendo le pagine di Shakespeare, mi ero schierata, come tutti, presumo. Otello, cattivo, prepotente e credulone, Desdemona, santa, immacolata, innocente, Iago, le peggio cose, ma proprio le peggio, senza sconti. Un’epoca lontana, che poi figurati se cose così possono succedere ancora nel terzo millennio, in una società così evoluta come la nostra. Difficile ammettere che, invece, la natura umana è molto più complicata di così, che abbiamo a che fare, sempre, con un miscuglio di sentimenti ed emozioni che la giungla di Sandokan al confronto pare un prato all’inglese, con l’erba alta non più di un centimetro, e che l’evoluzione, ahimé, fa delle spirali su se stessa a cui non è possibile dare spiegazioni.

Angelo Veccia (Iago) e Francesco Anile (Otello)

Quello che posso dire, invece, con assoluta certezza e cognizione di causa, è che la rappresentazione dello scorso sabato dell’Otello di Giuseppe Verdi, nella sua versione come opera partecipata del progetto 200.com, è stata una delle cose più intense e sentite a cui io abbia assistito da che ho a che fare con l’opera lirica, e non lo dico né per piaggeria né per mera adulazione. Seduta nella prima fila dell’Arena del Teatro Sociale di Como, ho seguito con infinito rispetto e attenzione ogni parola, ogni gesto, ogni nota, incantata dalla forza e dalla grandezza del coro, che si muoveva all’interno e all’esterno della scena, dal palco alla platea e ritorno, con un’ammirazione senza limiti, perchè, signori miei, non è affatto facile cantare in faccia al pubblico, senza la protezione e la sicurezza che la giusta distanza da chi ti ascolta riesce a dare. Il merito va, di certo, alla regista Silvia Paoli, che ha compiuto scelte decisamente coraggiose, sia in termini scenografici che coreografici, insolite e per questo, dal mio punto di vista, assolutamente vincenti.

Il coro 200.com

Volevo partire dalla fine, da quel quarto atto che, per me, è stato peggio di un frantumarsi di ossa. Un quarto atto in cui Sarah Tisba, eterea e bellissima Desdemona, ha dato il meglio di sé, un quarto atto in cui l’inevitabile è stato anticipato dall’ingresso silenzioso delle coriste, vestite da sposa, con in mano un paio di scarpe rosse, che ognuna di loro ha via via appoggiato sui gradini del palcoscenico, come si fa sopra ad un altare. Una piccola ma potente distesa di Zapatos Rojas, sul modello lanciato dalla messicana Elina Chauvet, divenute simbolo, in tutto il mondo, della lotta contro la violenza sulle donne, così in contrasto con il candore degli abiti nuziali da ferire gli occhi, fino a farli lacrimare, senza possibilità di appello. Lo strazio, quello vero, è giunto in quattro frasi atroci:

OTELLO Pensa ai tuoi peccati.

DESDEMONA Mio peccato è l’amor.

OTELLO Perciò tu muori.

DESDEMONA E perché t’amo m’uccidi?

Alla fine delle quali il desiderio è stato quello di alzarmi in piedi e gridare a Otello che è un cretino mai più finito, perchè l’amore, quello vero, non uccide, mai, nemmeno metaforicamente (lo sanno tutti, Otello, anche i Virginiana Miller, per dire). Però, ed è qui che sta il meccanismo oscuro e incomprensibile, non te la senti mica di prendertela con lui, non fino in fondo, perlomeno. Perchè anche lui è vittima di qualcun altro, poveretto, tirato per la giacchetta dentro una dinamica emotiva devastante, ingannato, tradito, umiliato.

E allora ecco che l’opera diviene spaventosamente attuale, uno specchio preciso e crudele dei nostri tempi, dove la violenza viene sempre condannata a metà, perchè c’è qualcuno, da qualche parte, che trova in essa una giustificazione, seppur becera e priva di senso. E allora ecco che il simbolo equino, presente in ogni scena, acquista una doppia valenza, quella di follia e di riscatto da essa (ricordiamo Marco Cavallo, famosa installazione creata all’interno del manicomio di Firenze nel 1973), e allora ecco che la tragedia in atto si mescola alla gioia di chi ne riconosce il valore e da essa impara e costruisce qualcosa di meglio.

Il mio più sincero grazie, dunque, per questo piccolo gioiello, perfetto nella sua imperfezione (qualche piccola defaillance vocale e la posizione un po’ infelice dell’orchestra, difetti assolutamente perdonabili), ma che ha saputo coinvolgere ed entusiasmare non solo chi vi ha partecipato attivamente, ma anche chi ha avuto la fortuna di godere dei risultati. Un progetto, questo, indispensabile per una città come la nostra e, a ben guardare, per tutte le città, perchè a scommettere sulla cultura non si sbaglia mai. Potete credermi.

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