Nessuno può mettere le bazzer in un angolo! Parlando di Dirty dancing tra ragazze

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Al Teatro sociale di Como era in programma Dirty dancing. Tante generazioni di donne e tra loro anche le nostre Bazzers che non avevano alcuna intenzione di perdersi lo spettacolo e tornare – per un paio d’ore – ragazzine insieme a Baby e a Johnny. Se non avete idea di chi siano questi due avete finore vissuto su Marte, probabilmente, e non immaginate cosa vi siate persi ma c’è sempre tempo per recuperare : la prova vivente ne è Sara, che insieme a ad Alessia, Dalila, Elena ha avuto molto da dire in merito a quello che è da sempre un cult.

Ragazze, secondo voi qual è il segreto del successo di Dirty Dancing, che a distanza di 30 anni ci fa ancora battere il cuore?

DALILA Io credo che Dirty Dancing abbia il doppio merito di ricordare a noi “giovani donne” nate negli anni Ottanta di ricordarci gli struggimenti dell’epoca, ma anche di riportare alla memoria un periodo, quello degli anni Sessanta, che non abbiamo vissuto ma che per la musica, la storia e le vicende restano decisamente affascinanti.

ELENA Come tutti i film cult – saranno pure cult per qualcosa – Dirty dancing ci riporta indietro nel tempo rappresentando i sogni di una generazione: libertà, amore, emancipazione. Abbiamo cantato, parlato per citazione (alzi la mano chi non ha detto, almeno una volta, «Nessuno può mettere Baby in un angolo» o, se anglofili, «Nobody puts Baby in a corner») e sognato. Tanto. E continuiamo a farlo.

SARA Prima di tutto perché in pellicole e spettacoli che parlano di ballo c’è una carica intrinseca. Vedere bravi ballerini in azione è liberatorio ed esaltante, è impossibile non rimanere coinvolti. In secondo luogo, per una giovane spettatrice qualunque identificarsi con un personaggio come Baby è facile. Non è un’eroina, ha evidenti debolezze e si sforza di superarle coi suoi mezzi, alla ricerca della sua identità. Probabilmente contribuisce al successo anche il fatto che, nonostante la trama di base sia così scanzonata, il film e conseguentemente lo spettacolo riescano ad affrontare con una certa apertura mentale tematiche come l’aborto, i cambiamenti nella crescita, la scoperta del sesso. Sono elementi di progressismo in un contesto di generale nostalgia verso il passato, testimoniato da una colonna sonora stile anni Sessanta in un film scritto e ambientato negli anni Ottanta. Il gioco di contrasti funziona e aiuta Dirty Dancing a distinguersi e a porsi su un piano diverso rispetto ad altri prodotti del genere, più terra terra.

Quale degli attori vi ha soddisfatto di più rispetto al personaggio (e rispetto al confronto con il film)

ALESSIA Claudia Cecchini è stata una Lisa Houseman assolutamente deliziosa, frivola e svagata al punto giusto, perfettamente in sintonia con il personaggio originario, senza inutili scimmiottamenti.

Avevate delle aspettative per questa rappresentazione? In che modo sono state raggiunte o deluse? 

ALESSIA Forse mi aspettavo una sceneggiatura più consona al palcoscenico e meno aderente alla pellicola originale, che teatro e cinema non sono mica la stessa cosa. E per fortuna.

ELENA Aspettative sì, come quando si conosce già il finale di una storia. Una prima parte piuttosto zoppicante mi ha fatto sbadigliare un po’ ma la ripresa finale è stato il perfetto coronamento della narrazione.

Il momento più alto e quello più basso dello spettacolo

ALESSIA Il momento più alto è sempre quello, è sempre IL MOMENTO, tutto maiuscolo, in cui Baby prende la rincorsa e, finalmente, si fida dell’amore, diventando adulta (e la più invidiata di tutte, porca miseria), per poi essere raccolta dalle braccia (eh, ancora loro, my little obsession) del Johnny dei nostri sogni. Un balzo la piccola Frances, un balzo tutti noi, dalla platea ai palchi, dalle balconate alla barcaccia, il tutto condito da incontenibile entusiasmo e tifo da stadio, come si conviene al MOMENTO, appunto. Vorrei fermarmi qui, e non profferir verbo sul punto più basso, che non saprei davvero a quale dare la palma d’oro del cattivo gusto tra il filo interdentale scambiato per mutanda e una piacevole pratica sessuale riferita con uno spiacevole gergo portuale.

IL MOMENTO: Patrick Swayze eleva Jennifer Grey

SARA Sul momento più alto faccio la voce fuori dal coro; non avendo visto il film (MEA CULPA), la prima presa finale di Frances a cui ho assistito nella mia vita è stata quella messa in scena durante lo spettacolo. Bella, sì, ma non particolarmente carica di pathos. Il momento che invece mi ha davvero colpito è stato verso l’inizio, quando Baby per la prima volta vede Johnny ballare con Penny insieme al resto dello staff del Kellerman Hotel. Quella prima scoperta di un mondo sotterraneo, oltre a introdurre il pubblico a un primo assaggio di Ballo con la B maiuscola, è una sorta di preludio alla scoperta di nuove prospettive che caratterizzerà tutto il percorso di Baby nel corso della storia. Rappresenta una sorta di spartiacque fra prima e dopo e lo si percepisce fortemente anche ad occhio inesperto. Sul momento più basso, dipende tutto dal punto di vista. Ha un po’ fallito negli intenti il momento a innuendo vedo-non-vedo in cui il povero Johnny, alzandosi dal letto della sua cameretta, lascia intravedere il lato B. Principalmente perché la componente non-vedo è mancata e la sala, affollatissima, ha riso per un minuto buono alla vista di quel povero culetto totalmente esposto all’opinione pubblica.

Vi sono piaciuti gli effetti “speciali” usati per ricreare alcune ambientazioni?

ALESSIA Tanto quanto mi piace l’aglio nella pasta alla carbonara, ma forse anche qualcosa meno.

ELENA Mmm…forse era la posizione da cui guardavo – dall’alto, un palco laterale – che smascherava inesorabilmente il trucco, forse il fatto che gli effetti non fossero troppo “speciali”, il risultato è stato un po’ un buco nell’acqua, in tutti i sensi. Baby che si allena alla presa e cade in acqua, con tanto di sonoro, ha fatto un po’ l’effetto di scena raffazzonata. Ma visto dalla platea, forse, ha raggiunto il suo obiettivo.

SARA Dal punto di vista di chi stava in platea, Baby e Johnny sono al fiume a provare la presa. Lei gli si getta fra le braccia, i due cadono e spariscono momentaneamente fra i flutti. Dall’alto dei palchi: i due attori, in piedi dietro a un telo azzurro, si gettano su un materassino. Quando cadono sul pavimento si sente un sonoro “splash”. Come sempre nella vita, questione di prospettive.

Siete d’accordo sulla totale aderenza alla sceneggiatura originaria, dialoghi compresi?

DALILA Essendo l’autrice la medesima del film mi verrebbe quasi spontaneo essere d’accordo, quasi per deferenza; in realtà una minima variazione avrebbe forse consentito un po’ di “sorpresa” e, soprattutto, di non dover subire il confronto in modo massiccio.

SARA Sono una fan dello sperimentalismo, trovo la spinta all’innovazione sia cosa buona e giusta, ma ci sono sempre delle eccezioni. Come mi ha insegnato un deludentissimo remake del Rocky Horror picture show featuring Laverne Cox (che pure amo), le pietre miliari sono pietre miliari per un motivo e metterci mano tende a essere controproducente. Un tocco di purismo qua e là ci vuole, in questo caso specifico ci voleva e ha portato agli effetti sperati.

Qual è stato – se c’è stato – il momento che ha messo tutti d’accordo, dalla platea alle gallerie?

DALILA A mio parere, come era prevedibile, il finale ha sempre il suo fascino e anche se nel primo atto secondo me lo spettacolo “scricchiolava” un po’, nel secondo si è decisamente sollevato e tutti noi – o forse sarebbe meglio dire tutte, data la schiacciante prevalenza femminile – al momento del ballo finale e della presa abbiamo avuto lo stesso tutto al cuore di tanti anni fa. Io sogno ancora di farla con qualcuno, quella presa!

ELENA Beh, il finale, senza ombra di dubbio. La vittoria di tutto e tutti, la massima espressione della libertà e della leggerezza. Una carica di energia che ha invaso platea, palchi e gallerie.

Quale parte vi è sembrata la migliore in termini di azioni e tempi?

DALILA Proprio per quello che dicevo prima, la seconda parte è stata decisamente la migliore e il finale ha coinvolto proprio tutti.

Avevate già visto il film? Quali sono i suoi punti di forza rispetto allo spettacolo, e viceversa?

ALESSIA La faccio breve: io e le mie scappate di casa preferite, allora quindicenni in deliquio a ogni flessione di bicipite del buon Patrick, al Kellerman’s Resort ci siamo praticamente cresciute, quindi non credo di poter fare un confronto obiettivo e imparziale tra film e spettacolo teatrale. Quando una roba ti appartiene e occupa una buona parte di cuore e ricordi, è difficile fare spazio ad altro, che magari gli assomiglia, ma solo magari, ecco.

DALILA Il film non l’ho visto, l’ho visto e rivisto decine di volte e ogni tanto tiro fuori ancora la cassettina (ho ancora un mangianastri, sì) per riascoltare la colonna sonora. I punti di forza della pellicola sono senz’altro il fatto che quella fosse l’originale, che non ci fossero molti altri film del genere già visti – perlomeno per me che ero piccola, la colonna sonora e l’ambientazione. Questi ultimi due ritornano nello spettacolo, che però forse soffre della quantità di storie d’amore che nei decenni si sono riproposte e nella ricostruzione di alcune scene – una su tutte, le prove del balletto in acqua – che a teatro non rendono.

Traduzione in italiano di dialoghi e (alcune) canzoni: sì o no? Ossessione per l’italianizzazione o modo per rendere più fruibile lo spettacolo? Ha tolto qualcosa in termini di efficacia delle scene?

ALESSIA Italianizzazione is the new Armageddon, a prescindere. Al di là dei dialoghi e del nobile lavoro dei doppiatori (che grazie al cielo esistono), tradurre in italiano alcune canzoni (faticosamente imparate a memoria nella lingua originale) è un po’ come comprare le scarpe Mike o una tuta Adidos e pensare di aver fatto un affare. Questo sarà forse un pensiero odiosamente snob, ma io sono convinta che se una cosa è nata tonda non la si può trasformare in qualcosa di quadrato e spigoloso senza perdere la sua peculiarità.

DALILA Rispetto ai dialoghi nessun dubbio che andassero bene quelli tradotti in italiano: in un periodo in cui siamo – anche giustamente – ossessionati dai film in lingua originale per cui sembra che il doppiaggio sia diventato strumento demoniaco, io in realtà non sarei riuscita a seguire dialoghi in lingua americana e alcune frasi celebri non mi avrebbero colpito così come sono rimaste nel mio immaginario: «Nessuno può mettere Baby in un angolo» resta così, e basta! Quanto alle canzoni vale un discorso diverso: per quanto fedele, la traduzione di un pezzo non renderà mai lo stesso effetto, anche se rivela molto meglio il testo. Per cui molto bene i brani mantenuti in lingua originale, meno bene quelli tradotti, anche perché a me è sembrato uno scollamento non giustificato, soprattutto su brani come We shall overcome, che nel film non era presente e che è divenuto, nello spettacolo, Il futuro è qua.

Consigliereste lo spettacolo?

ALESSIA Sì, fosse anche solo per un moto di affetto nei confronti di Eleanor Bergstein e per quella infinita, accecante e folle nostalgia del «tempo più bello della mia vita».

DALILA Io tendo a consigliare sempre uno spettacolo, che mi sia piaciuto o meno, tranne quando lo ritengo noioso: Dirty dancing è tutto tranne che noioso e a me è anche piaciuto.

SARA Decisamente sì. Non ha pretese di essere un capolavoro o stimolare riflessioni intense, si limita ad essere una grande festa, con un buon miscuglio di romanticismo, musica e lieto fine assicurato. Per gli aficionados della pellicola è un ottimo modo per riviverla e abbandonarsi alla nostalgia, per gli sprovveduti come me è un’esperienza divertente e leggera.

 

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