L’abisso dei migranti in mare nel teatro di Enia

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Il Mese della Pace – ideato dal Coordinamento comasco per la pace con numerose realtà del capoluogo, di Cantù e di Erba – ha visto numerosissime iniziative organizzate con l’obiettivo di  rinsaldare i legami di comunità e a risvegliare l’interesse generale. Nell’ampio programma si inserisce anche L’abisso, di e con Davide Enia, in scena al Teatro Excelsior di Erba mercoledì 23 gennaio alle 21 (ingresso a 7 euro – prenotazioni scrivendo a [email protected]). Il romanzo – dello stesso Enia – dal quale lo spettacolo è tratto è Appunti per un naufragio, di cui, all’epoca della sua uscita, nel 2017, l’autore dichiarò: «Racconta ciò che sta accadendo nel Mediterraneo – le traversate, i soccorsi, gli approdi, le morti – parla del rapporto tra me e mio padre e affronta la malattia di mio zio, suo fratello». A Lampedusa, dove la vicenda è ambientata, un padre e un figlio guardano la storia svolgersi davanti a loro; lo sguardo di Enia – a partire dalla sua esperienza personale – si pone profondamente e appassionatamente dentro delle storie che racconta nel romanzo e nello spettacolo da esso tratto, L’abisso, di cui è attore e regista e le cui musiche sono di Giulio Barocchieri.

La sua attività è, oltre che vasta, molto variegata. Gli ambiti in cui lei si è mosso, a vario titolo, spaziano dalla scrittura alla musica, attraverso la narrazione, la produzione e la regia. Qual è stato il momento in cui ha deciso o ha capito di voler scrivere Appunti per un naufragio e poi di volerne ricavare uno spettacolo?

Quando ho compreso che la scrittura del romanzo non aveva creato la distanza necessaria tra me e i fatti che mi hanno trapassato. Così ho assecondato l’impulso e il bisogno di rimettere ancora una volta tutto a fuoco, immergendomi nel linguaggio del teatro, esplorando la possibilità di narrare i silenzi e i movimenti del corpo, i suoi singulti, le sue pause. Lavorare sulla carne che racconta e che, durante, il tentativo di strutturare un racconto, fallisce e si consegna al silenzio.

La scrittura de L’abisso prende le mosse dal cunto palermitano, che torna in diverse sue opere: che cosa rappresenta questo tipo di narrazione per lei, oltre che la tradizione?

Il cunto permette una scrittura fisica in cui i suoni e il ritmo provano a restituire le emozioni e il narrato di situazioni limite. Nel caso in essere, il soccorso a mare porta in sé tutte le stimmate della guerra. Sono istanti in cui il caos regna sovrano, le immagini scorrono troppo rapide negli occhi degli stessi soccorritori e, per davvero, ogni gesto determina la salvezza o la morte degli esseri umani. Credo che il cunto sia visceralmente legato a una dimensione misteriosa. Il cunto ha a che fare con la morte, con l’apparizione dei propri fantasmi, con il fronteggiarli consegnandosi interamente a essi, facendo vibrare quel sottile velo che ci separa da ciò che non si può dire. Ecco allora comparire il ritmo, la spezzatura delle sillabe, la danza di un corpo a tratti inconsapevole di ciò che sta evocando, in perenne tensione tra l’abbandono completo e il ritorno alla costruzione di senso che chiamiamo, per comodità, narrazione.

Chi sono i personaggi di questo cunto?

Sono le persone che ho incontrato a Lampedusa – isolani, residenti, personale medico, uomini della Guardia Costiera, amici – e alcuni tra i più cari affetti della mia personale esistenza: mio padre, mio zio, la mia compagna.

Davide Enia dà dunque, in entrambe le sue opere, voce ai volontari, agli amici d’infanzia, agli uomini, alle donne e ai bambini che sull’isola approdano e, in qualche modo, anche a quelli che non ce la fanno.

 

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