La paranza dei bambini: il teatro di Saviano al Sociale

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Il Teatro Sociale di Como riprende la stagione di prosa con uno spettacolo duro ed emozionante. È La paranza dei bambini, che va in scena, martedì 9 e mercoledì 10 gennaio alle 20.30. Si tratta di un allestimento per il palcoscenico nato dal terzo libro di Roberto Saviano e realizzato da Mario Gelardi, già regista dello spettacolo tratto da Gomorra, l’opera prima del giornalista e scrittore napoletano. Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità, firma un allestimento che non è stato semplicemente tratto dal libro ma è nato in contemporanea a esso, grazie allo stretto rapporto dello stesso Saviano con la compagnia di giovani attori del Nuovo Teatro Sanità, avamposto di cultura e arte in una terra difficile. Il soggetto, che narra il fenomeno criminale, attualissimo, delle baby gang, drammatica e recente evoluzione del sistema camorristico, è stato pensato proprio per il cast che vedremo in scena a Como. Si tratta di attori giovani che hanno intrapreso la strada del palcoscenico in un progetto di legalità e di riappropriazione sana di un territorio. Coloro che conoscono la complessa realtà del Rione Sanità si calano nei panni di loro coetanei che, nel contempo vittime e carnefici, si immergono pienamente nella mentalità malavitosa, inseguendo il sogno di una vita “alla grande”, che li condurrà alla tragedia, scritta come un destino funesto.

Gelardi, dopo un decennio, si rinnova il sodalizio con Saviano. Come è nato il nuovo lavoro di prosa?
Lo spettacolo è frutto di un percorso artistico e umano nato ancor prima del libro. Roberto ha infatti iniziato a frequentare il Nuovo Teatro Sanità e i giovani che ne fanno parte. Dal rapporto intenso si è originata anche l’idea di un progetto ad hoc per la nostra realtà. Il percorso è durato circa due anni, una lunga fase in cui i ragazzi hanno seguito la nascita di tutti i personaggi e l’intero iter editoriale.
In pratica, libro e spettacolo si sono evoluti in parallelo?
Proprio così e questo dà un valore aggiunto alla messinscena, nata da una precisa volontà.


Rispetto a Gomorra, se possibile, lo scenario appare ancora più devastato e violento…
Ci siamo chiesti perché raccontare ancora la criminalità camorristica e la risposta è stata dettata dalla necessità di descrivere qualcosa di nuovo. Parliamo, purtroppo, della leva giovane della camorra, che, come si può comprendere anche dai recentissimi fatti di cui ci informa la cronaca di questi giorni, si fa sempre più aggressiva e disposta a tutto. E questo è un fenomeno grave che doveva essere raccontato.
Un’urgenza sociale che la realtà del Nuovo Teatro Sanità sente molto forte…
Certo, il nostro Teatro è al centro degli eventi, in un rione storico, che ha dato i natali a Totò ma che ha il triste primato dall’abbandono scolastico. Fino a dieci anni fa, qui non c’era niente. Un territorio abbandonato a se stesso. A un certo punto, gli stessi ragazzi hanno deciso di riprendersi il quartiere con progetti e gruppi di lavoro. Noi abbiamo ricavato la sala teatrale all’interno di una chiesa settecentesca, rimasta abbandonata per decenni. I ragazzi che reciteranno anche nel vostro bellissimo Sociale vivono qui per la maggior parte e per loro questo spettacolo entra nella pelle. La verità è la vera forza scenica.


Chi ha letto il libro, vi si ritroverà?
Il racconto è molto fedele tranne che per alcuni accorpamenti di personaggi. In particolare, gli adulti vengono riassunti in una sola figura che identifichiamo con la radice del male. Abbiamo scelto di superare qualsiasi cliché nel racconto sulla camorra e lo spettacolo è punteggiato da citazioni shakespeariane e dalle atmosfere dei fumetti di Frank Miller.
Quindi, toni cupi?
Assenza di colori, se escludiamo il rosso della tragedia. E poi oscurità, laddove la luce, quando è presente, acceca. Lo spazio è quello di una città (una città qualsiasi, non solo Napoli), vista dal panorama dei tetti.


Il teatro riesce a incidere in una realtà così dura e complessa?
Anzi, mantiene una forza che risulta inaspettata persino a noi che lo facciamo. Negli anni siamo diventati un presidio e ne siamo felici, anche se resta l’amarezza di non ricevere fondi pubblici.
Come è possibile?
Il fatto è che, per il Ministero, il teatro è diventato una questione di numeri e tabelle. Noi invece non facciamo numeri anche se svolgiamo una funzione ben più importante che ha a che fare con gli esseri umani, la loro felicità e la libertà.

Biglietti da 27 a 13 euro. Info: www.teatrosocialecomo.it.

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