Delitto / Castigo: Lo Cascio e Rubini portano l’ossessione in scena

0 267

Il gocciolìo insistente è il primo suono che mi accoglie all’ingresso in teatro, dove il sipario, già alzato, mostra quella che sarà la scena di Delitto / Castigo di Sergio Rubini, che ne è anche l’interprete principale insieme a Luigi Lo Cascio. Il suono, continuo, entra nella testa e la sensazione è che quello sarà solo l’inizio di un coinvolgimento dell’udito che, durante lo spettacolo, diverrà pressoché totale. I suoni, le musiche, i rumori che accompagnano – grazie alla maestrìa di G.U.P Alcaro, autore del progetto sonoro –  i dialoghi e la storia presto si rivelano quasi indispensabili: senza di essi lo spettatore non potrebbe immergersi nei pensieri, nei sogni, nella malattia del giovane protagonista Rodiòn Romànovic Raskòl’nikov e negli incontri tra lui e i numerosi personaggi che animano la storia.

Mentre la penna scivola sul uno dei tanti fogli che Luigi Lo Cascio, interprete di Rodja, e Sergio Rubini leggeranno, sfoglieranno, lasceranno cadere durante lo spettacolo –  rievocando l’opera scritta da Dostoevskij – lentamente la mente del giovane studente si apre all’ascoltatore. Fin da subito quest’ultimo  si troverà trasportato nell’angusto appartamento dove il ragazzo, ormai non più in grado di mantenersi, trascorre le proprie giornate preda dell’ansia, del dubbio, dell’odio verso la vecchia vedova usuraia Alëna Ivànovna, a cui deve i soldi dell’affitto e dei beni lasciati in pegno.

Il sudicio letto su cui Rodja pianifica l’omidicio dell’anziana, ragiona, sragiona, scrive alla sua famiglia, legge le lettere che riceve dalla madre e dalla sorella, delira, sogna e ricorda è un elemento costante della scena, così il tavolo della vecchia bettola e come i cappotti pendenti dall’alto che, inquietanti, diventano parte della narrazione come  folla di passanti in cui il giovane si imbatte e da cui è, talora, inglobato durante i giorni dell’afosa estate di San Pietroburgo che fa da sfondo alla storia. Pochi gli attori in scena – oltre a Rubini e Lo Cascio, Francesco Bonomo e Francesca Pasquini – che, però, anche grazie alle voci fuori campo, riescono a riempirla e a rendere l’idea della coralità di personaggi e storie che si sviluppano attorno a Rodja e che lo coinvolgono a vario titolo.

Il disagio, l’ansia, il dolore, l’angoscia, il delirio, la paura, lo sconcerto, il rimorso, il conflitto interiore e una parvenza di consolazione emergono fortissimi nei discorsi tra sé e sé del giovane protagonista e nei dialoghi con l’anziano amico Semën Zachàrovič Marmeladov, con la di lui figlia Sonja – che diventerà personaggio chiave, con il giudice istruttore Porfirij Petrovič, con la sorella Dunja e con la madre, con l’avvocato Lužin – odioso pretendente di Dunja, con  Arkadij Ivanovič Svidrigajlov,  ricco e villano ex-datore di lavoro di Dunja, sospettato di numerosi omicidi e di pedofilia. A interpretare molti di questi personaggi è Sergio Rubini, incredibile nel passare – senza travestimenti –  dal ruolo di Marmeladov  a quello della vecchia usuraia, a quello del giudice istruttore fino a quello – in cui riesce ad essere eccezionalmente credibile, dell’anziana madre.

La narrazione non lascia spazio al riposo del protagonista né dello spettatore, completamente preso nella viscosità dei pensieri e nella tesa narrazione dei momenti più drammatici: è raggelante la descrizione del brutale omicidio – a colpi di accetta, che si odono netti, insieme al cigolio della porta dell’appartamento – che Rodja deciderà di portare a termine e che vedrà una seconda vittima nella indifesa sorella dell’usuraia, è oltremodo  disturbante la descrizione del ricordo misto a sogno di Rodja bambino che vede l’immotivata e mortale violenza – a colpi, nitidi e oltremodo realistici, di frustate, sprangate e picconate – di una debole cavallina per mano del suo padrone e dei suoi amici ubriachi; sono allusivi, indiretti ma efficaci i racconti, rimasti in sospeso, di Marmeladov e Svidrigajlov che lasciano intendere tragici scenari fatti di abuso, prostituzione e pedofilia.

Lo Cascio si muove sul palco tanto più freneticamente quanto più ci sia avvicina al finale, non trovando pace, maneggiando il copione (con effetto a tratti ridondante, anche se utilizzato ad hoc quale omaggio alla parola scritta), preso dal castigo che segue il delitto, combattuto tra il riconoscersi “napoleonico”, un grande uomo dalla mente superiore o “pidocchio” e dunque meritevole di punizione, anche a causa dei sensi di colpa che lo attanagliano. Momenti di calma e consolazione si trovano nei dialoghi con l’anziana madre e con Sonja, che diventa punto di riferimento del protagonista e, in qualche modo, soluzione del di lui conflitto interiore.

Lascia un commento