Chi ama brucia, nel passato e nel presente

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Partiamo dalla fine, ossia da quando Maddalena (Massafra, del Teatro San Teodoro) ha salutato noi spettatori dicendo che non c’era probabilmente bisogno di spiegare il motivo per cui, nel Giorno della Memoria  – che ricorda fatti del passato – si fosse scelto di mettere in scena uno spettacolo – Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera –  che parla dell’oggi. No, non ce n’era bisogno, perlomeno per i tanti che hanno partecipato, ieri, come spettatori, amici, volontari, organizzatori, attori e tecnici. Non ce n’era bisogno perché tutti noi sapevamo il motivo per cui avevamo scelto di essere lì, in quel Giorno. Sapevamo anche che ieri avremmo visto e sentito tante voci, che avrebbero testimoniato cosa accade (davvero) nei “campi di accoglienza” per migranti stranieri, dato che la regista ha realizzato una ricerca antropologica all’interno di quello di Torino, intervistando lavoratori ed ex-reclusi del Cie italiano (Centro di identificazione ed espulsione per stranieri). Eravamo del tutto consapevoli che avremmo imparato molto; non sapevamo, forse, che ci saremmo molto stupiti e vergognati di non conoscere abbastanza di queste realtà.

Non ci saremmo forse aspettati di ascoltare il racconto della “Crocia” alle prese con gli “ospiti” rinchiusi – ah, no, lì è tutto aperto – nelle “aree”. Non tutti, perlomeno, avevamo consapevolezza dei “requisiti” richiesti ai lavoratori interinali che quotidianamente devono svolgere la loro attività e muoversi all’interno del recinto vicini, e allo stesso tempo lontanissimi, dagli ospiti che chiedono (una sigaretta, il telefono – rigorosamente dopo che la fotocamera sia stata distrutta, una medicina, del cibo, una voce amica, comprensione, umanità, aiuto) e lì dentro non possono fare altro che STARE nelle zone comuni e nelle cell..pardon, nelle stanze. Non ci immaginavamo, forse, l’esistenza di una Garante – e che Garante!

Devo ammetterlo, ieri sera non ho capito immediatamente se lo spettacolo mi fosse davvero piaciuto, quali corde avesse toccato, in me, cosa mi avesse lasciato. La notte però, si sa, porta consiglio e, nel mio caso, ha (ri)portato alla mente il palco, quell’unico tavolo con quell’unica sedia, la piantina del campo, la radio, le voci e la presenza – unica e fortissima – dell’attrice che, da sola con il suo monologo, ha riempito il teatro, le orecchie, i cuori di tanti – senza sosta e con una forza incredibile. La stessa forza che i ragazzi coinvolti da Como Accoglie, associazione neonata che da oltre un anno si occupa dei migranti rimasti “fuori” – letteralmente – dalle procedure di accoglienza, ha portato a raccontare le proprie storie ed esperienze.

La conclusione è dunque che bisogna solo dire grazie a loro, che hanno avuto il coraggio di raccontare tutto ciò; ad Alice e Alice (Conti, regista e attrice in scena, e Colla, responsabile di scenografia, luci e audio), insieme a Chiara Zingarello – autrice del testo e della drammaturgia –  che hanno avuto la capacità di rendere sul palco un tema certamente difficile da spiegare; al Teatro San Teodoro, che non manca di scegliere spettacoli mai banali e sempre d’effetto; a Como Accoglie che, nonostante le difficoltà, i detrattori e – per usare un termine molto in voga – gli “haters” non si ferma.

Perché, per l’amor del Cie. …lo, l’indifferenza non può esistere e la Memoria passa anche da qui, da noi, dall’oggi.

(Foto di Francesca Marelli)

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