Chi ama brucia: Alice Conti conquista il San Teodoro

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Venerdì. Gennaio. Le tredici sono passate da poco, e nella classe quarta della scuola superiore si accende il dibattito. I più feroci sono tre, due biondini alla moda e una morettina vestita di piercing. Dicono che basta, questi che rubano il lavoro e le case, sciorinando i peggiori luoghi comuni come veri consumatori da social (gli alberghi a cinque stelle, i trentacinquemannaggiadieuro, i selfie con i telefonini di ultima generazione), mentre l’insegnante, imbarazzata e priva di argomenti (per colpa sua più che loro, e questo è piuttosto evidente) si gira e mi dice che «sono cresciuti in una società sbagliata, per questo la pensano così, e ormai che ci vuoi fare».

Stacco.

Sabato. Gennaio. Il giorno dopo. Le ventidue sono passate da un po’ e, in pochi metri quadrati, un pugno di ragazzi, della stessa età di quelli sopra, raccontano storie di abbandoni e viaggi, di paura e mare in tempesta, di belle ragazze e speranze, di colori, sapori, lingue diverse, e poi ballano, con quel sorriso che proprio non ce la fai a staccargli gli occhi di dosso.

Quello che è successo nel mezzo, in quello stacco di trenta e rotte ore, non è di grande interesse, perchè sa di lavoro, incontri, piatti da lavare, spese e bucato, cose che appartengono alle esistenze di tutti, senza distinzioni. E in questo non distinguerci, in questo scorrere del tempo come se non ce ne fosse mai abbastanza, a un certo punto può capitare che ci colpisca la Bellezza, e che lo faccia con una violenza tale da lasciarci senza fiato.

La mia Bellezza in queste, ormai, ultime trentasei ore, oltre a quel pugno di giovanissimi occhi luminosi, si chiama Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera, lo spettacolo, scritto da Chiara Zingariello, ideato, diretto e interpretato da Alice Conti e andato in scena sabato 27 gennaio al Teatro San Teodoro di Cantù. Una data non scelta a caso, quella del 27 gennaio, perchè, celebrando la memoria di ieri, non si dimentichi quella di oggi, che parla, ancora, drammaticamente, di isolamento, di emarginazione, di Loro (che guai a confondere con Noi), di Altri (che mica sono gli Uni), di razza nera, bianca, gialla, cremisi, a losanghe e a pois (che poi si sa, quest’anno vanno di moda il rosso e il viola, quindi siete comunque out, miei cari).

Alice Conti sta da sola al centro del palco e, attraverso il suo monologo, dà voce a chi in quel Cie (Centro di identificazione ed espulsione per stranieri) ha perso sentimenti, dignità, speranza, diritti, umanità. Il Campo con le sue brutture e le sue miserie, il Campo con le sue gabbie e le sue inferriate, il Campo con i suoi prigionieri, di qua e di là dalle recinzioni, il Campo in cui il tempo si congela di rabbia, il Campo da dove non si può uscire, si deve solo STARE. Stare non perchè si è fatto qualcosa di male, ma perchè si è qualcosa di male, di diverso, di venuto da lontano per chissà quale motivo oppure venuto da vicino, il che è anche peggio. Una città – spettro, il Campo, con le sue regole, le sue leggi, le sue aree delimitate, un luogo che non può che ricordare un altro Campo, in un’altra città, in un altro tempo, con la sola differenza che in quello si moriva, mentre qui si deve sono STARE.

La mia Bellezza, in queste, ormai, trentasei ore, sta in un teatro gremitissimo, che ha accolto la strepitosa performance della Conti con un lungo e doveroso applauso, sottolineando l’incredibile talento di questa piccola, immensa artista, che non si è inventata nulla (perchè spesso, signori miei, la realtà supera di gran lunga la fantasia) ma ha raccontato, con ironia dissacrante e intensa disperazione, una verità inconfutabile, e per questo difficile da accettare.

Forte di tutto questo, vorrei tornare alle “tredici passate da poco” di venerdì, e ricordare all’insegnante che la società, intesa nel suo primo e più ampio significato, non è altro che “l’insieme di tutti gli esseri umani, in quanto uniti da vincoli naturali e da interessi generali comuni”. Quindi anche lei, loro, noi, tutti. E che, forse, sarebbe più giusto ammettere di aver fallito in prima persona, come genitori e come educatori, con tutti i biondini e le morettine del caso, così come sarebbe giusto chiedere loro scusa, per la nostra superficialità e dabbenaggine. Possiamo ancora rimediare, però, sostenendo, ad esempio, l’Associazione Como Accoglie, impegnandoci a trasmettere la cultura dell’uguaglianza, della libertà, dell’accoglienza, sforzandoci di dedicare un pensiero ed un sorriso anche a chi non è nato nella “parte giusta” del pianeta. Che poi, a pensarci bene, questo non è mica merito nostro. È tutta una questione di destino, fortuna, caso, fato. Chiamatelo pure come vi pare, tanto quello è. Che vi piaccia o no.

(Foto di Francesca Marelli)

1 commento

28 gennaio 2018 alle 23:02

Bellissima critica per una ECCEZIONALE ALICE !
ALICE……….CONGRATULAZIONI !!!!!!!

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