Buona la prima al San Teodoro per un sorprendente Faustbuch

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Pensate alla cosa che desiderate di più al mondo. Siate egoisti e puntate alle stelle. Formulate il desiderio che la vostra vita cambi radicalmente, che improvvisamente il mondo sia nelle vostre mani. Ora, immaginate che vi si palesi una possibilità, una sola, di raggiungere l’impossibile, di ottenere ciò che volete, subito, adesso, e per molti anni a venire, ma che il prezzo finale da pagare sia alto, altissimo.

Che fareste? Continuereste con la vostra esistenza soddisfacente (ma solo a tratti), faticosa (il più delle volte) e complicata (quasi sempre)? Oppure scegliereste la via del successo facile, la strada in discesa, quel costi quel che costi che tanto poi alle conseguenze ci si pensa domani?

Un dilemma che Faust(o), il signor Nessuno per eccellenza, conosce molto bene. Un cruccio il suo, la sua invisibilità agli occhi del mondo. Una disperazione, il non essere amato dalla moltitudine. Perché, diciamoci la verità, Faust(o) ha capacità mediocri, nessuna abilità particolare, non sa fare niente e non è nemmeno particolarmente bello.

Di quella moltitudine è solo una minuscola parte, uno come tanti, uno di quelli che di premi non ne vincerà mai, uno di quelli di cui nessuno si ricorderà mai, uno di quelli che non lasciano il segno. Non sarà mai famoso, non sarà mai ricco, non sarà mai una star, non sarà mai a Very Important Person. Resterà un misero cialtrone, senza arte nè parte, amato solo (forse) da un altro misero cialtrone suo pari, e questa, a dirla tutta, è ancora meno di una magra consolazione.

Quindi Faust(o) sceglie una scorciatoia, e quello che accade è così surreale e tragicomico che viene da pensare che se lo sia proprio meritato, questo inferno in cui inevitabilmente scivola.

Parabola perfetta e drammatica dei nostri giorni, il Faustbuch di Enrico Casale, andato in scena in anteprima nazionale venerdì 2 febbraio al Teatro San Teodoro di Cantù, emoziona, diverte, sorprende e incanta, e lo fa per un sacco di ottimi motivi. Il primo, necessariamente, per la straordinaria performance di Michael Decillis, tenero e acuto Wagner e di Andrea Burgalassi, temibile e credibilissimo Mefistofele al servizio di un seducente e brillante Lucifero, interpretato da Ivano Cellaro.

Il secondo, per la scenografia essenziale e al tempo stesso originale e ben costruita, frutto del sapiente lavoro di Alessandro Ratti e del tecnico Margherita Roccabruna. Il terzo, per i lampi di ironia geniale e dissacrante, che strappano risate e applausi a scena aperta ad una platea quasi sold out. Il quarto, per la consapevolezza che anche Christopher Marlowe avrebbe apprezzato questa speciale visione del suo Faust, e si sarebbe prodigato in elogi e salamelecchi (pratica certamente diffusa nel 1600).

Il quinto, ma non in ordine d’importanza, per aver affrontato un debutto così importante con semplicità, coraggio e grande bravura, dimostrando che le differenze, le distanze e le disabilità sono solo negli occhi di chi le guarda, mentre il concetto di normalità assume talmente tante di quelle sfumature che la Pantone nemmeno se le sogna.

Al termine, è la voce di Casale a farsi spazio tra le acclamazioni del pubblico (il pubblico più magnifico, come lo definisce Michael, conquistando definitivamente tutti i presenti), per ringraziare il direttore artistico Maddalena Massafra, la quale «deve essere un po’ matta come lo siamo noi, dal momento che ha creduto in questo progetto e lo ha voluto su questo palco, pur non avendo mai visto lo spettacolo. Per questo ritengo che il Teatro San Teodoro sia una risorsa eccezionale per questo territorio».

Già, appunto. Buona la prima, dunque. Perché la prima volta non si scorda mai. E su questo, direi, siamo tutti d’accordo.

(Foto di Francesca Marelli)

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