Ascoltando la voix humaine di tutte le donne

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Qualche anno fa, durante un corso di teatro, la mia coraggiosa maestra aveva assegnato a tutti i partecipanti, come compito a casa, uno stralcio di monologo, scelto da lei a seconda delle attitudini e di quello che, nelle settimane precedenti, aveva visto in ognuno di noi. A me era capitato un estratto (tradotto in italiano, ovviamente) de La voix humaine, opera teatrale scritta dal francese Jean Cocteau nel 1930. La consegna, però, aveva un unico vincolo: «Leggetela ed interpretatela per quello che vi risuona e per come vi fa sentire, senza andare a cercare nessun esempio o riferimento in rete, senza tentare di emulare nessuno».

Io, e oggi lo ammetto con un filo di vergogna, non conoscevo affatto e non avevo mai visto la pièce teatrale, così, nella mia modestissima versione, Lei era arrabbiata, sarcastica e cinica, una donna che, all’istante, avrebbe investito l’ex con l’auto, prima a marcia avanti e poi a marcia indietro, magari un paio di volte, giusto per sicurezza, senza risparmiare la femmina da lupanare che a lui si accompagnava. Poi, spinta dalla curiosità, sono andata a sbirciare sul web e mi sono imbattuta nella gigantesca interpretazione di Anna Magnani nell’episodio omonimo contenuto nel film L’amore, diretto da Roberto Rossellini e lì, mentre mi si annacquavano gli occhi, mi sono resa conto di due cose: primo, potevo depennare il mestiere di attrice teatrale dalla mia wish list, secondo, il buon Cocteau aveva centrato in pieno il dramma dei drammi ed io nemmeno me n’ero accorta.

Domenica 25 novembre, al Teatro Sociale di Como, il dramma dei drammi è andato in scena nell’adattamento lirico in atto unico del compositore francese Francis Poulenc, interpretato da una maiuscola Anna Caterina Antonacci, accompagnata dall’Orchestra i Pomeriggi Musicali diretta da Francesco Cilluffo, con la regia dell’audace Emma Dante e, sin dall’apertura del sipario, è stato chiaro cosa avremmo dovuto aspettarci nei quaranta minuti successivi.

Uno sfondo bianco, ricoperto da pareti imbottite dello stesso colore. Due letti candidi, due comodini, due telefoni. Lei, sdraiata, bellissima nella sua disperazione e fasciata in una vestaglia rosa, unico punto di colore al centro del bianco. Dal trillo del telefono, proveniente da uno xilofono, inizia la lenta, progressiva e inevitabile devastazione emotiva di una donna, che avverte lo sgretolarsi, in maniera definitiva e senza ritorno, della sua storia d’amore con un uomo che l’ha abbandonata e che ora la chiama tra mille interruzioni ma di cui nessuno sente la voce, che Lei vede a tratti e a tratti tocca, ma che, forse, è solo frutto di una folle e dilaniante allucinazione visiva e uditiva, per la quale quella che poteva essere la sua camera da letto diventa, agli occhi di tutti, una linda clinica per malattie mentali.

La Dante utilizza i toni pastello come a sottolineare l’assurdità di ciò che accade, L’Antonacci è superba, nel giostrarsi tra menzogna e verità, tra dolore e accettazione, tra acuti e sussurri, tra presenze danzanti delle stesse sue sfumature e ci mostra, in modo inequivocabile, qualcosa che molte di noi, e con noi intendo noi portatrici sane (chi più chi meno) del cromosoma dalla doppia X, facciamo sempre, ogni volta, consapevoli o meno.

Lui ci lascia ed è colpa nostra. Ci racconta che non è più cosa, che c’è un’altra, che non siamo noi il problema, ma è colpa nostra. Lui ci chiede di essere forti e coraggiose, che è lui quello che sta peggio, ma è colpa nostra. Lui se ne è andato, ma è così gentile, buono e generoso che è sicuramente colpa nostra. E via andare, in una spirale senza fine, che porta, a volte, a perdonare qualunque cosa, a chiamare amore qualunque cosa, a nascondere qualunque cosa, anche la più becera, stupida, vigliacca e violenta azione, parola, gesto, abitudine. Così, nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la pazzia di Lei mentre descrive l’angoscia e il tentato suicidio a un Lui che forse nemmeno la ascolta e che non mostra alcun segno di preoccupazione, la pazzia di Lei mentre giustifica l’abbandono, mentre se ne addossa la responsabilità, mentre si fa vittima e carnefice, mentre sostiene incrollabilmente le ragioni dell’altro, fanno de La voix humaine un’opera assolutamente attuale e dalla straordinaria potenza evocativa, della quale dovremmo fare tesoro. Tutti, senza distinzioni di genere, età o ragione sociale. Tutti, sempre. Non solo il 25 novembre.

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