Alloisio racconta l’amico Gaber a Zelbio Cult

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Amico. Amico è un termine impegnativo. Soprattutto in questi tempi cupi dove vince l’“homo homini lupus” – anzi, vincerebbe, se solo qualcuno fosse ancora in grado di cogliere le citazioni latine – l’amicizia è un bene prezioso, da coltivare, fare crescere, non trascurare mai. Anche quando l’amico non c’è più. Da anni. Da quindici anni. Giorgio Gaber se n’è andato di Capodanno, nel 2013, con la discrezione che ha accompagnato tutta la sua vita. Strano, per un uomo che ha trascorso tanto tempo in palcoscenico, ma quel Signor G., quello che riempiva i teatri preferendoli alla televisione e che, anche negli ultimi tempi, sorrideva facendo finta, lui per primo, di essere sano, non è Giorgio Gaberscik, quello che hanno conosciuto i suoi amici e collaboratori come Sandro Luporini (l’altra metà del Signor G), prima ancora Umberto Simonetta e, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta e da lì fino ai primi anni Novanta, Gian Piero Alloisio.

Giorgio Gaber, Ombretta Colli e Gian Piero Alloisio (Foto Redaelli)

Cantante, autore, interprete di teatro e canzoni, ha scritto e collaborato con artisti come Francesco Guccini (sue perle come Venezia, Lager e Gulliver), Enzo Jannacci, Arturo Brachetti, Ombretta Colli e, appunto, Gaber. Parlerà di lui, sabato 7 luglio alle 21 in piazza della Rimembranza, per il primo incontro di Zelbio Cult, attingendo allo spettacolo che porta in scena da cinque anni e dal libro recentemente pubblicato da Utet, Il mio amico Giorgio Gaber. «Amico è un termine impegnativo – conferma – ma lui mi aveva stupito: vivevo a Parigi e non ci sentivamo da qualche tempo. Lessi una sua intervista a Gad Lerner sul Corriere della Sera che iniziava così ‘Come dice il mio amico Gian Piero Alloisio’… Ho voluto, finalmente, chiamarlo amico anche io».
Fu una bellissima attestazione di stima, oltre che di amicizia.
Sì, in quell’occasione citò una mia frase, «Io non temo Berlusconi in sé, io temo Berlusconi in me». Aveva appena pubblicato La mia generazione ha perso e Ombretta si era candidata con Forza Italia: lo pressavano da tutte le parti.
Una battuta che, spesso, è stata attribuita a lui.
Invece è il finale di una mia canzone, Silvio. Lui ha sempre citato la fonte, ma tanti ancora oggi la attribuiscono a lui, forse per disattenzione, forse, più probabilmente, perché detta da Gaber “funziona” di più.

Il mio amico Giorgio Gaber: il chitarrista Gianni Martini e Gian Piero Alloisio (Foto di Mauro Corazza)

Lui è sempre stato generoso e ha sempre riconosciuto i suoi collaboratori.
Sì, un caso quasi unico nel mondo dello spettacolo. Sempre, quando presentava una nuova stagione, precisava sempre «Quello che io, e Luporini, volevamo dire». E gli piaceva lavorare con gli altri. Penso a Franco Battiato, che portò per primo in televisione alla fine degli anni Sessanta, quando non lo conosceva nessuno. Franco scrisse anche gli arrangiamenti di Polli di allevamento, uno spettacolo già difficile che lui vestì di note magnifiche, ma su cui era difficile cantare. Giorgio lo lasciava fare e poi diceva «Ma una bella batteria in quattro quarti, no?». Era molto divertente.
Polli d’allevamento è forse lo spettacolo gaberiano più controverso.
Sì, il finale, con Quando la moda è moda, doveva essere tremendo per lui, da solo sul palco: era un crescendo e il pubblico urlava, insultava.
«Di quelli che diranno che sono qualunquista non me ne frega niente: non sono più compagno, né femministaiolo militante».
Arrivati a quel punto c’era chi lo insultava e chi lo difendeva. Ma Luporini aveva scritto un Finale, un pezzo recitato, molto solenne: «Nella penombra della scena l’attore prosegue, senza intaccare minimamente l’ordine prestabilito», iniziava. E Giorgio lo recitava mentre nessuno più ascoltava, tra le grida e le proteste. Ma Luporini lo voleva, per coerenza, e lui non lo tolse mai.

Come iniziò la vostra collaborazione?
Io lo avevo visto in teatro fin da ragazzo, con le Storie vecchie e nuove del Signor G. Poi ci siamo incontrati e gradualmente avvicinati. A proposito, sempre in quello spettacolo lui cantava «Cari polli di allevamento, coi vostri stivaletti gialli… utriti a colpi di musica e di rivoluzioni». Io ero esattamente così, stivaletti gialli compresi! Mi fece capire, con garbo, che tante canzoni militanti che scrivevamo non erano dettate da una reale necessità artistica, ma nascevano accodandosi a un’onda.

Una donna tutta sbagliata: Ombretta Colli fra Gian Piero Alloisio e Giorgio Gaber

Da lì avete lavorato tantissimo.
Mai per i suoi spettacoli, con cui era già rodato il team con Luporini. Prima per cose mie, poi per dischi e spettacoli di Ombretta Colli fra cui Una donna tutta sbagliata che ebbe un successo anche maggiore di Gaber. Quattro puntate in prima serata su Raidue! A Giorgio non era mai successo. Bellissimo anche il lavoro con Brachetti, che esordì con noi. Una canzone, La nostra famiglia, Giorgio e Ombretta la incisero con Jannacci su un suo disco, Guarda la fotografia. Sono stati anni bellissimi.
Ma torniamo a Parigi. A quella parola nero su bianco, «Amico».
Tornai a casa e, con grande tempismo teatrale, il telefono stava squillando. Era lui. Mi disse: «Te l’ho fatta la sorpresa, eh»?

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