Al Sociale una Cavalleria rusticana che libera le donne

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Cavalleria rusticana ha una storia un po’ sciagurata. Prima opera di Pietro Mascagni, lo porta a un successo incredibile ma gli fa guadagnare anche diverse beghe legali con Giovanni Verga, al cui omonimo racconto si era ispirato per il libretto. Messe da parte le minuzie economiche, l’opera sarebbe rimasta un ingombrante fantasma per tutta la durata della vita di entrambi. Mascagni non avrebbe mai più scritto opere in grado di oltrepassare i confini dei paesini di provincia, mentre Verga in fin di vita lamentava che Cavalleria rusticana sarebbe rimasto l’unico scritto per cui sarebbe stato ricordato, e neanche per merito suo – la Storia l’avrebbe poi smentito, ma tant’è.

D’altronde, difficile andasse altrimenti. La trama ha tutto quel che serve per sfondare: c’è il macho, Turiddu (Samuele Simoncini), che seduce e abbandona Santuzza (Teresa Romano), l’ingenuo bonaccione Alfio (Man Soo Kim) che sposa Lola (Francesca Di Sauro) ma viene da lei tradito con Turiddu e infine il duello fra i due maschi alfa, tutti in fila per la regia di Emma Dante. Dante che, stavolta, calca la mano meno del solito – se escludiamo un siparietto con dei cavalli interpretati da ballerine in piume colorate e un finale espressionista che non si sa perché tira un parallelo fra Mamma Lucia (Giovanna Lanza) e la Madonna.

Esce quindi un prodotto pulito, intenso, d’impatto, le cui luci e scenografie scarne contribuiscono a risaltare l’alto livello dei contenuti e della recitazione. Santuzza, moderna Medea, esala angoscia da ogni acuto, Lola è vezzosa al punto giusto e sferza l’aria con la sua voce da usignolo, il coro è impeccabile nel caricare di pathos i momenti collettivi – su tutti, la Santa Messa di Pasqua e la bevuta di gruppo che ne consegue. Azzeccata anche la scelta di portare in scena il melodramma in una data così delicata come il 25 novembre.

Il fattore realmente infuriante dell’opera, se letta con occhi moderni, è infatti la ridicola sottomissione di Santuzza, disposta a prendere calci – emotivi e fisici – da Turiddu pur di riottenere le sue attenzioni, completamente cieca alle di lui colpe e disperatamente disposta a giustificarlo mentre lui la relega al ruolo di zerbino e tenta nel frattempo di rinfocolare la fiamma dell’adulterio con Lola. La furia iniziale diventa esponenziale quando si realizza che, se non a tutte, a molte di noi è capitato di trovarci nella stessa posizione. Il bisogno di compiacere a volte ha la meglio sull’amor proprio e ci porta su sentieri che non augureremmo neanche al nostro peggior nemico.

E, tutto sommato, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, credo che suscitare rabbia sia una strategia sensata. Se la narrativa comune ci vuole vittime, la giusta risposta può essere prendere consapevolezza del nostro reale potenziale e tirare fuori gli artigli. Volendo, quello straziante «Hanno ammazzato compare Turiddu!» conclusivo lo si può leggere così. Sei sparito, sono persa, ma posso finalmente tornare libera. Si chiama catarsi.

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