Sollima, Melozzi e la carica dei 100Cellos in Arena

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L’energia di Giovanni Sollima ed Enrico Melozzi sta folgorando la città. Il gemellaggio fra la Como della musica partecipata e il progetto 100Cellos dei due violoncellisti ha contagiato tutti. «È una sorta di movimento centrifugo – confessa Sollima – L’energia mi arriva, la raccolgo, penso che sia comune a tanti performer e compositori il bisogno di portare subito a un test questa energia. Tutto è legato alla musica: è un congegno instancabile di suo, che si autoalimenta. Noi che suoniamo o scriviamo siamo parte di questo motore, quest’energia che ci tiene in vita. Qualcosa di astratto che diventa immediatamente fisico e fondamentale».

100Cellos è un progetto nato nel 2012 “in trincea” al Teatro Valle di Roma occupato. Come siete riusciti a scatenare quest’esperienza?

Avevo già fatto esperienze di Megacellos Ensemble a Manchester e Francoforte: una sera, al Valle, fu Enrico a lanciare l’idea di assemblare violoncellisti di ogni genere e ogni generazione e provenienza: dopo una notte arrivammo a 100. L’idea diffusa in tempo reale sui social ricevette adesioni pressoché immediate, a segno del bisogno di ricaricare le batterie in modo nuovo. Al progetto si unirono subito altre idee inventando un format di 3 giorni e 3 notti non stop che vanta già 12 edizioni in 6anni. I più grandi del violoncello sono venuti chiedendo di partecipare, a cominciare dal vostro eccellentissimo Paolo Beschi con giovani e giovanissimi – i GiovinCellos e i GrandiCellos! – con un range di repertorio sempre più ampio, i flashmob, il concerto maratona. Tutto aperto al pubblico, insieme al cuore e alle menti.

Melozzi, sembra soddisfatto…

Sì, è la prima volta che riusciamo a dar vita alla start-up di 100Cellos. Qui a Como è successo che, mandando la proposta alla famiglie dei violoncellisti, soprattutto quelli più piccoli, c’è stata un’adesione totale. I nostri corsi sono completamente gratuiti: ci mettiamo nei panni delle famiglie: decidere di far suonare il violoncello a un figlio comporta già di suo moltissime spese. Vogliamo dare il messaggio di maestri che, in quel momento, non prendono soldi per il tempo che dedicano, scatenando un’interazione diversa fra chi insegna e chi gli sta davanti: un’orizzontalità totale per la voglia di stare insieme. Sul palco del Sociale da lunedì scorso oltre 40 violoncellisti, con livelli paz- zeschi e inattesi, ha letto il repertorio in programma sabato in Arena. Si riesce così a seguire in modo approfondito anche i più piccoli e far capire a tutti come si sta insieme, con quale spirito e tensione sonora si affrontano i passaggi. 100Cellos è un’orchestra diversa da tutte le altre, autoconvocata, e i più giovani suonano già bene come i professionisti.

 

100Cellos come modello sociale e culturale, oltre che musicale?
Assolutamente. Non vogliamo far passare il messaggio che i maestri di musica non si pagano. Vogliamo far capire che esiste anche un mondo possibile dove ci si scambia la bellezza, dove si aiuta chi è in difficoltà, dove si dà una mano a chi ha bisogno di imparare. Un concetto diverso da quello della scuola “dell’obbligo”, dove si rischia il disinteresse e il doverci stare per forza: tutti sono gasatissimi di stare qui, per 8 – 10 ore in concentra- zione totale, senza voti…

La tua esperienza professionale è incrocio di stili e abbattimento di barriere. È questo il modello giusto per il futuro della musica e dei giovani?
La strada musicale, sociale e politica per un buon futuro è quella dell’ascolto, di unirsi fra diversi: di conseguenza, quando si pensa al genere musicale, va da sé che non esistano frontiere, quelle etichette messe dalle case discografiche, musica “classica”, “barocca”, “pop” e via discorrendo. C’è solo la msica bella e la musica brutta (che non è neanche musica); tutto ciò che è bello può stare benissimo sullo stesso palco nella stessa sera. La gente apprezza tantissimo di ascoltare David Bowie a fianco di Bach, Haendel, Beethoven, i Queen, musica nuova, brani miei o di Sollima, sirtaki, inni di ogni tipo mescolati con improvvisazioni, scherzi come Oye, Como va dedicato a Como. Tutto va suonato con energia per far arrivare l’emozione al pubblico, i ragazzi vengono da esperienze scolastiche con la paura di sbagliare insinuata dall’accademismo più forte della voglia di comunicare.

Sollima, il concerto finale di sabato 14 luglio in Arena avrà fra le tante particolarità l’esecuzione di un inedito di Wagner scoperto nella sua città, Palermo. È una scelta voluta, nella città che ha dato i natali alla moglie Cosima, figlia di Liszt?

Portare Wagner in un luogo importantissimo per la sua vita come Como, da Palermo, mi diverte moltissimo… Il brano ha una strana vicenda: si è sempre detto che Wagner abbia scritto la melodia e Rubinstein l’abbia armonizzata. In realtà io ho avuto per le mani sia un manoscritto con la scrittura per pianoforte sia uno a quattro parti reali, quasi una forma quartettistica con diverse chiavi musicali. Ho subito pensato che il registro fosse adatto per il violoncello. È un pezzo di grande fascino, una lunga melodia che raggiunge una tensione unitaria e straordinaria. È Wagner, c’è tutto il suo codice genetico, con una cantabilità intensa e, al tempo stesso, molto dolce, o forse agrodolce, pensando alla  Sicilia.


Qualcosa di molto suggestivo…
C’è una affascinante regione leggendaria dell’ultima vita di Wagner attorno a questa melodia, in una Palermo che io ricordo da bambino. Un piccolo componimento con una proiezione melodica straordinaria del suo mondo e una forma molecolare, in una villa straordinaria nel centro storico, al centro del ferro di cavallo dei mostri di cemento. Qualcosa va oltre la forma dell’abbozzo: nelle sue piccole dimensioni è fatto è finito, c’è tutto. È una musica che racconta altro, gli agrumeti, un tempo lento, rilassato, la presenza dello scirocco. Musicalmente io non ho fatto che trascriverlo.

Biglietti, posto unico, a 25 euro.

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