Rivive a Bergamo il mito dell’Alan Parsons Project

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Ars Longa Vita Brevis, sentenziava Ippocrate, citato secoli dopo da Keith Emerson nel titolo di un suo famoso album con i Nice. L’arte resta, la vita va, e con essa molti gruppi leggendari, rimanendone per fortuna l’opera che li ha resi tali. L’Alan Parsons Project non esiste più, per lo meno nella sua incarnazione storica, ma un prode chitarrista e cantante bergamasco suo grande fan, Massimo Numa (nella foto in alto), ne ha allestito un omaggio in gran spolvero che andrà in scena per la prima volta giovedì 21 giugno alle 20.30 al Lazzaretto di Bergamo, in piazzale Goisis 6 (biglietti a 23 euro, ridotti a 20 per gli under 18, info www.mailticket.it, 035234917): Honouring the music of Alan Parsons & Eric Woolfson con rock band, orchestra sinfonica, coro e ospiti illustri.

Alan Parsons e Eric Woolfson

Numa è un giovanottone la cui affabilità tradisce una cultura musicale a 360 gradi e collaborazioni illustri con grandi del rock – alcuni nomi: Ian Paice, Glenn Hughes, Carmine Appice, Ken Hensley, Steve Walsh – e altrettanto famosi artisti italiani in studio, su disco e dal vivo. Forte dell’esperienza di parecchi tributi al pop internazionale e al cantautorato nostrano (Numa nutre una venerazione per Lucio Battisti) ha voluto riproporre una musica, quale è quella del Project, ancora oggi estremamente popolare ed emozionante, con uno spettacolo in diretta alternativa alle ormai inflazionate tribute band dei Pink Floyd (peraltro sciorinati quasi sempre con gli stessi dischi e brani, fino a scomodare Nick Mason con i suoi Saucerful Of Secrets per rimettere a posto le cose), di Genesis, Queen e altri arcisfruttati mostri sacri. Alan Parsons in persona continua a esibirsi dal vivo anche oggi, ma la sua pur buona band, americana al 100%, ha ben poco che vedere con quanto offrivano i dischi originari. Va tra l’altro detto che il musicista e produttore britannico ha iniziato a tenere concerti solo dal ’94, limitandosi fino a quel momento a preparare le proprie creazioni in studio.

Alan Parsons con Nick Mason (Pink Floyd)

L’Alan Parsons Project (e, una volta per tutte, non “Parson”, strafalcione, specialmente italiano, vecchio come il gruppo, un po’ come la Premiata Fonderia Marconi) prende piede nel 1975 quando il suo ideatore, ingegnere del suono e musicista per caso prima, per dovere in seguito e per passione poi, si unisce artisticamente al talentuoso e mai troppo compianto pianista, cantante e compositore Eric Woolfson e al direttore d’orchestra Andrew Powell. Più che una band fissa viene instaurato un nucleo grossomodo stabile di musicisti attorno a cui ruotano di volta in volta session man scelti per le distinte occasioni (un po’ come il personaggio di Jim Phelps faceva nella serie televisiva Missione impossibile: alcuni agenti fissi più vari collaboratori estemporanei) e soprattutto cantanti diversi per ogni brano. Il taglio stilistico era in linea con la tendenza progressive rock dell’epoca, elaborando il concetto fantascientifico/surreale dei Pink Floyd, gruppo a cui sovente veniva associato il “progetto” e da cui Alan era ancora fresco di esperienza professionale. Ogni long playing era dedicato a un tema preciso, a cominciare dal memorabile esordio Tales from mystery and imagination – Edgar Allan Poe passando per I robot, The turn of a friendly card, Eye in the sky che contiene il brano omonimo per cui l’APP è ricordato dai più, via via sino ad Ammonia avenue, Gaudi e alle ultime produzioni a nome del solo Parsons (Woolfson lasciò all’indomani del doppio Freudiana).

Alan Parsons Project in studio con Lenny Zakatek

Del titolare, stimato dipendente degli Abbey Road, gli studi di registrazione più famosi del mondo, è sempre obbligatorio citare i crediti di tecnico negli album pinkfloydiani Atom heart mother – in condivisione con il collega Pete Bown – ma soprattutto, da solo, in The dark side of the moon, ottenendo un suono cristallino sarà il marchio di fabbrica di tutte le sue produzioni future, dai Pilot ad Al Stewart, agli Ambrosia, a John Miles e, ovviamente, ai lavori di suo pugno. Forse “leggerotti” per chi era abituato al progressive elaborato di Genesis, Yes o King Crimson o alla psichedelia mutata in prog dei Pink Floyd, ma allo stesso tempo troppo particolari e misteriosi per catalogarli nell’easy listening, semplicisticamente definiti una versione “orecchiabile” dei Floyd, i dischi dell’Alan Parsons Project sono in realtà a sé stanti. Ogni nuova pubblicazione, tra gli anni Settanta e i Novanta, era preceduta dalla stessa trepidazione che molti giovani nutrivano verso i film di James Bond o le storie di Paperinik su Topolino. Comuni ai vari album orchestrazioni sontuose e arrangiamenti epici, tracce strumentali, una chitarra inconfondibile – quella di Ian Bairnson – e come già scritto un cantante diverso per ogni brano. Tra costoro appariva spesso Lenny Zakatek, inglese di origini indiane dall’ugola particolare, udibile dal 1977 all’87 in I wouldn’t want to be like you, One more river, You lie down with dogs, Damned if I do, la celebre Games people play, You gonna get your fingers burned, Step by step, Let me go home, You don’t believe, Vulture culture e Too Late. Lasciato Parsons, Zakatek ha proseguito la carriera in varie collaborazioni e interpretazioni – meravigliosa la sua versione di Make you feel my love di Bob Dylan – instaurando una grande amicizia con Massimo Numa. A Bergamo la voce di Lenny costituirà un immenso valore aggiunto allo show, assieme alla chitarra di Numa e alla band Skeye, composta dal chitarrista Paolo Filippi, dal batterista Sergio Pescara, dal bassista Dario Toma, dai tastieristi Stefano Cisotto e Roberto Acciuffi e dal sassofonista Pasquale Brolis, il tutto aumentato dai trentasette elementi dell’orchestra Gianandrea Gavazzeni diretta da Antonio Brena, che riproporrà i sontuosi archi di Andrew Powell, e da dodici coristi. La scaletta attingerà dai travolgenti classici parsonsiani che a breve Massimo e Lenny immortaleranno anche su cd espandendo così ulteriormente questo splendido… progetto.

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