Non più il cielo, ma il fuoco in una stanza: il nuovo disco degli Zen Circus

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Dove finisce l’indie e comincia l’oggettività? Viviamo una realtà discografica abbastanza complessa nella sua semplicità. Internet ci ha avvicinati a qualsiasi cosa, ma al contempo ci ha impoveriti culturalmente e ci ha reso meno selettivi e più annoiati. La scoperta di alcune realtà nel sottobosco musicale una volta scaturiva dall’allacciarsi le scarpe e andare ad ascoltare e scoprire nuovi gruppi con la scusa di una birra con gli amici, dalle cassettine passate sottobanco prima e dalle compilation in CD poi. Scaturiva dal parlare di musica e gruppi e dischi che una volta la gente ascoltava e non esponeva per farne un vanto da portare alto al passo con dei tempi che urlano «PRIMA ERA MEGLIO», ma adesso con tutta la disponibilità analogica che vuoi non sei capace o non hai più voglia di far niente. Ora viviamo al cospetto delle canzoni, del lavoro che sta dietro a certi dischi non importa più a nessuno.

Ci sono solo norme comportamentali da seguire per far si che vi seguano:
– Non chiamateli concept album, altrimenti vi prenderanno per snob.
– Non chiamatela musica alternativa, altrimenti vi tacceranno di scarsa originalità.
– Non chiamatela indie, altrimenti vi prenderanno per una copia sbiadita di Thegiornalisti o Vasco Brondi.

Ed è solo arrivato a questo punto che capisci quanto è frustrante per una band che imbraccia una chitarra e si mette a parlare di ciò che ha attorno farsi etichettare come indie. Cos’è l’indie veramente? Chissenefrega, dico io. Le domande da porsi sono altre e ben più importanti. Una di queste è: come farà una band come gli Zen Circus a sopravvivere all’etichettatrice globale, a quest’epoca in cui ormai non vendi dischi e nonostante questo ti ostini a passare mesi in studio a sudar sangue e merda per registrarli, al doversi quasi arrendere a una realtà in cui se non convinci un’ascoltatore in quindici secondi, finisci immediatamente nel dimenticatoio del grande Matrix? Con i live? Con lo zoccolo duro di fan della prima ora? Davvero credete che i sold out nei club siano composti da persone che sanno che il Circo Zen è in giro da più di un ventennio abbondante? Non lo so, ma io invidio tremendamente la tenacia di questo terzetto (ormai quartetto, ok) e la voglia e la capacità di dirci sempre qualcosa spolverando l’ovvio che in tanti però quasi amiamo ignorare fino al fatidico momento in cui ci sbattiamo il muso contro.

Sono passati molti anni dal loro esordio. Hanno iniziato a far parlare di loro in maniera insistente con il quinto e meticcio Villa Inferno e le collaborazioni d’oro al suo interno, passando per il folk rock nostrano, sguaiato, provocatorio e autocritico di Andate tutti affanculo, fino alla conferma di Nati per subire dove il ritratto sul finire è quello di persone che pensano di essere emancipate e coscienti nei confronti della società civile, ma in realtà non hanno visto ne capito niente tanto da non accorgersi che il nostro presente è tale e quale al medioevo e la tolleranza di cui tutti ci riempiamo la bocca è una copertura, perché persino la tolleranza ti innalza a paladino di verità che nessuno di noi in realtà possiede, perché di base è il rispetto per il prossimo e l’empatia che ci mancano e di civile, appunto, non abbiamo niente.

Con Canzoni contro la natura, forse il disco che, nonostante Viva sia uno dei pezzi che più amo in assoluto del loro repertorio, ma anche della musica italiana tutta, ho fatto più fatica ad ascoltare, la band con le tematiche al suo interno apre a quello che sarà l’album più chiacchierato dai tempi di Andate tutti affanculo e cioè La terza guerra mondiale. Con questo lavoro hanno scoperchiato a due mani il vaso in cui è contenuta tutta la viltà italiana e non solo. I temi trattati sono un pugno nei denti a chiunque si macchi del reato di qualunquismo e mette bene in evidenza i limiti di una società che non vive bene se non catalogando qualsiasi cosa pur di sentirsi al di sopra degli altri e critica aspramente uno dei mali peggiori della società odierna: i leoni da tastiera.

Se con il loro penultimo disco hanno descritto “il mondo fuori” come nemmeno un pittore neo realista al massimo della sua ispirazione, con dettagli esaustivi e preoccupanti, con l’ultimo lavoro in studio, Il fuoco in una stanza, in uscita oggi, fin dalla scelta della copertina l’argomento trattato è facile da capire: l’individuo. Il dolore personale, la paura di restar soli.

01. Catene
02. La stagione
03. Il mondo come lo vorrei
04. Sono umano
05. Il fuoco in una stanza
06. Low cost
07. Emily no
08. Rosso o nero
09. Quello che funziona
10. Panico
11. La teoria delle stringhe
12. Questa non è una canzone
13. Caro Luca

 

La famiglia è da sempre al centro dei testi di Appino, ma in questo caso viene sezionato ogni rapporto personale dentro la stanza e il tutto diventa tutto più intimista ed emozionale. Dalle Catene che ci legano al nostro sangue, fino al sentirsi soli in una città intera bruciando fra le proprie quattro mura.

Gli Zen Circus sono una delle band che vanta o patisce una delle gavette più lunghe e tortuose nella storia della musica italiana e la risposta che mi do al riguardo è che a nessuno piace sentirsi dire la verità in faccia. Costruttivo o meno, fa sempre un male cane affrontare sé stessi e per quel che mi riguarda il loro successo di base è dovuto al fatto che ogni ascolto è un esame di coscienza e ogni canzone diventa il ritratto di ciò che siamo e spesso non vogliamo ricordare d’essere. Ma purtroppo la lingua batte sempre dove il dente duole e quindi presto o tardi bisogna farci i conti.

Alla domanda posta all’inzio, e cioè come fanno a sopravvivere gli Zen Circus alla discografia la risposta è una: scrivendo pezzo dopo pezzo le storie di tutti, tante piccole autobiografie in cui potersi rispecchiare, facendolo con l’ironia e quell’onestà intelletuale di chi sa usare bene le parole e sa suonare musica che ti fa venir voglia di ascoltare un pezzo per più di quindici secondi.

Ben tornati, ci eravate mancati.

(Foto di Ilaria Magliocchetti)

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