Nash, canzoni per cambiare il mondo

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In quanti vorremmo sentirci dire «We can change the world»? In quanti vorremmo un genitore che ci dica «Teach your parents well»? Ogni tanto, è necessario ascoltare queste voci, che provengono da un passato nemmeno tanto lontano, per guardare in direzione di un futuro prossimo.

È con questo spirito che assistiamo al concerto di Graham Nash, che, insieme a David Crosby e Stephen Stills, con l’aggiunta estemporanea di Neil Young, ha formato il primo supergruppo della storia, paladino della generazione non violenta e della rivoluzione musicale, da Woodstock in poi.

Nel parco lussuoso di una villa fuori Milano, Villa Arconati, che ospita un celebre Festival estivo, Nash, accompagnato, anche ai cori, dal bravissimo chitarrista Shane Fontayne e da Todd Caldwell e sostenuto solo da un’acustica perfetta e da luci suggestive, incanta il pubblico con le sue canzoni, provenienti dal passato, ma che suonano incredibilmente attuali.

Graham Nash fra Shane Fontayne e Todd Caldwell

Immigration man è la storia, provata dallo stesso Nash, del sentimento di esclusione vissuto in qualunque frontiera del mondo; Our house o Sleep song sono la semplicità di un rapporto d’amore, che lascia ricordi bellissimi, anche se è finito. Cathedral è la visione chiara dell’inutilità della guerra. Chicago e Ohio sono la forza di una lotta della cui giustizia siamo convinti. E gli omaggi ai Beatles di A day in the life e a Buddy Holly di Everyday, sono la prova di una coerenza che attraversa un’intera esistenza e di un’umiltà che si inchina davanti ai maestri.

Anche noi abbiamo imparato tanto, dall’amico Graham; e abbiamo tutti sentito che quel bisogno di fiducia e energia, almeno per una sera, è stato placato.

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