La magia di Norah Jones ammalia gli Arcimboldi

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Ascoltandola, è difficile non immaginare di essere seduti ad un tavolo del celebre Cotton Club di New York, con quella sua atmosfera composta e accogliente, la luce soffusa, il lieve odore di un sigaro che invade l’aria. Ascoltandola, è impossibile non amare la sua voce calda e semplice, come una carezza che arriva improvvisa e dolce, capace di piacevoli modulazioni e cambi di registro, mai banali, mai forzati. Ascoltandola, e guardandola, è facile rendersi conto del suo talento e della sua grazia, che, sin dal suo debutto, l’hanno resa una delle cantautrici più apprezzate al mondo (conquistando un posto anche nel mio olimpo personale). A questo, e a molto altro, deve aver certamente pensato il pubblico che, domenica 8 aprile, ha assistito alla prima data italiana del Day breaks tour di Norah Jones, nella bellissima cornice del Teatro degli Arcimboldi di Milano. A questo, e a molto altro, ho pensato io, mentre, a occhi chiusi, godevo di ogni nota, di ogni pausa, di ogni respiro appena accennato.

Un sold out annunciato, che ha visto la suggestiva location milanese riempirsi di spettatori di ogni età, attenti, partecipi ed entusiasti davanti alla performance dell’artista statunitense, accompagnata magistralmente da Brian Blade alla batteria e un superlativo Chris Thomas al basso e contrabbasso. Quasi due ore di concerto pulito, perfetto e senza troppi fronzoli, dalla scenografia precisa, spoglia e discreta (che gli effetti visual, ottici e tutto il cucuzzaro possiamo pure lasciarli ad altri), ricco di emozioni e suggestioni delicate; diciotto brani, di cui due inediti, oltre a quelli contenuti nel suo ultimo album (tra cui la bellissima cover di Don’t be denied di Neil Young) e ad altri di repertorio, come le famose Sunrise (Feels like home del 2004)Don’t know why e Nightingale (Come away with me del 2002), che hanno incantato tutti, sia per gli arrangiamenti originali che per l’esecuzione.

Norah, stretta nel suo bellissimo abito total black, si è seduta al pianoforte e lì è rimasta, a creare la sua magia speciale. Pochissime parole, qualche grazie, un paio di frasi rivolte ai suoi, insieme alle presentazioni di rito, e nulla di più. Perchè nulla di più serve, quando in scaletta hai brani con Little broken hearts, I’ve got to see you again o What am I to you, che ti si incastrano tra la pelle e le ossa e ti costringono ad arrenderti, alla fine, che tu lo voglia o no. Quindi, miei cari, io mi sono arresa, lo ammetto. E non ne sono affatto pentita.

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