La macchina volante di Locasciulli atterra in Officina

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«Una prospettiva dall’alto, che coglie flash in apparenza scollegati ma in grado di trasmettere molte emozioni e una visione generale definita». Domenico Mimmo Locasciulli, classe 1949, cantante, produttore, autore e artista eclettico tout court, descrive così l’approccio adottato in Come una macchina volante, sua prima opera letteraria, edita da Castelvecchi. Ne ha discusso sabato pomeriggio nella cornice dell’Officina della Musica di Como, conversando con il giornalista Alessio Brunialti di fronte a un pubblico raccolto e partecipe. Nel libro, Mimmo racconta stralci della sua esistenza, da sempre divisa sul doppio binario della dedizione alla professione di medico e dell’irrefrenabile passione per tutto ciò che riguarda la musica.

Alessio Brunialti e Mimmo Locasciulli

Un’autobiografia particolare, che si conclude proprio sull’orlo del grande boom a livello di fama e carriera che avrebbe poi interessato il periodo seguente della sua vita: «Ho voluto chiudere il libro in questo modo perché nella mia vita da bambino, adolescente, giovane adulto, ho sempre avuto il traguardo di laurearmi in medicina, sposarmi, diventare un capofamiglia e seguire la mia passione per le note – ha spiegato – Il mio interesse principale stava nel raccontare il raggiungimento di quegli obiettivi di base». Che non sono poco per chi, come lui, ha dovuto affrontare parecchi ostacoli.

Sul piano della salute, che da giovane lo ha visto ridotto in fin di vita per una complicazione a seguito di un’operazione di rimozione dell’appendice («Uscito dall’ospedale pesavo 46 chili, i dottori mi davano per spacciato», ricorda), ma anche sul piano della crescita creativa e della maturazione professionale, a volte resa difficoltosa da esperienze deludenti: «Al mio primo concerto sono riuscito a totalizzare un unico spettatore – ha raccontato ridendo – Continuavo a fissarlo e a pensare: ‘Speriamo non si alzi per andare in bagno, o la mia esibizione è ufficialmente conclusa’».

 

L’importante è trarre un insegnamento da ogni cosa: «Ho pensato a lungo che, se la malattia non era riuscita a farmi secco e quei primi tentativi falliti di concerto non avevano potuto fiaccare il mio spirito, avevo le carte in regola per farcela nella vita». Vita che lo ha ripagato con un enorme successo, amicizie intense e importanti con personaggi come Francesco De Gregori e Antonello Venditti, una proficua collaborazione con lo storico Folkstudio, ai tempi gestito da Giancarlo Cesaroni: «Un luogo di impareggiabile scambio umano e artistico, che oltre a me ha accolto tanti artisti che hanno poi avuto un futuro luminoso, come Rino Gaetano, Giorgio Lo Cascio, persino Bob Dylan». In chiusura siede al pianoforte e intona Un po’ di tempo ancora, tratta dall’album Piano piano, dando prova magistrale del fuoco che da sempre lo spinge alla produzione artistica.

(Foto di Carlo Pozzoni)

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