Il violino di Francesca Dego protagonista al Sociale

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«Mi fa molto, molto piacere suonare a Como. Sono nata e cresciuta, anche musicalmente, in cima al Lario: tutte le mie ispirazioni artistiche e il mio  ideale di bellezza vengono da qui. Una delle cose più importanti in assoluto». Francesca Dego, la violinista lecchese, non ancora trentenne, famosa nel mondo, è alle 17 di domenica 25 marzo in Teatro Sociale a Como con lo splendido Concerto in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn: accompagnata dai Pomeriggi Musicali diretti dall’armeno Karen Durgaryan, Francesca costituisce la punta di diamante di un concerto imperdibile per la sua particolarità, che prevede anche la Suite dalla musiche di scena da Pelléas et Mélisande di Jean Sibelius e tre piccoli capolavori di autori dell’Armenia dell’ultimo secolo.


Il Concerto di Mendelssohn e un classico per eccellenza. Come lo affronta oggi Francesca Dego?
Ho debuttato Mendelssohn nel 2008 ed è uno di quelli che ho suonato di più in pubblico in assoluto: è una parte dominante del mio repertorio. Cerco la possibilità di ascolto di ogni orchestra, di ogni direttore con cui collaboro per poter fare sempre qualcosa di diverso e originale. Adoro suonare questo Concerto perché ha una perfezione di struttura e una semplicità di ascolto disarmante, come una complessità di dialogo con l’orchestra che ha bisogno di una purezza quasi mozartiana e di una conoscenza della partitura pari al bisogno di essere cristallino come un classico. Poi è un concerto ottimista, positivo, molto sereno: un brano amato da tutti perché ti eleva a prescindere.

Qual è il suo rapporto con le musiche di culture non celeberrime, per geografia o identità musicale, come il programma odierno?
Aprire gli orizzonti è una cosa che amo fare. I pezzi armeni in programma a Como sono tre piccoli gioielli… Da parte mia, sul versante italiano ho appena inciso il Concerto di Wolf Ferrari, brano meraviglioso degli anni Quaranta. La storia può essere crudele in modi strani: così è per tanto repertorio del Novecento italiano, dimenticato magari per un repentino cambio del gusto, un motivo politico o pura sfortuna, che può invece competere con i grandi classici. Sono impegnata anche con la musica di Castelnuovo Tedesco, cui mi sento legata anche come background per il mio essere italo – americana di origini ebraiche. Credo sia giunto il momento di riscoprire questo repertorio meraviglioso.


I media amano rappresentarla come bella, bionda e brava. È un bisogno di immagine di oggi o ha un suo perché? Come ci si ritrova, come giovane donna e artista?
Non sono così bionda… (ride, ndr) Secondo me la musica classica era, sì, rimasta un po’ indietro a livello di marketing e immagine: non è un bisogno di essere dell’artista ma la formula visiva generale. Una maggior attenzione a come ci si presenta ci sta, se c’è un’attenzione a un certo tipo di freschezza pure: rimane che il valore è suonare sul palcoscenico, portando un prodotto musicale di altissimo livello. Se non c’è la sostanza musicale, non dura… Io penso di essere una persona normale, non disdegno la moda. Non voglio essere ingenua, capisco che oggi si cerchi anche l’aspetto immagine, ma sul palcoscenico non c’è foto che tenga!


Ha sogni nel cassetto. una trentenne che incide per le etichette mondiali di riferimento?
Tantissimi, ma io non sono mai stata attratta dall’idea della carriera fine a se stessa. Per me i sogni nel cassetto sono gli incontri con le grandi personalità musicali, tra i colleghi di musica da camera con cui maturare. L’oggi ci dà musicisti incredibili che sono un arricchimento senza imporsi ma solo con il loro carisma. C’è un livello di eccellenza meraviglioso, fuori. Quello che spiazza, semmai, è l’esserci un parterre molto più ampio e variegato, anche come proposte innovative, di gusto che fa discutere, il che è solo una ricchezza.

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