Capossela naviga con l’Orcæstra sul mare dell’Arena

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Da pirata a capo di una filibusta di ardimentosi musicisti a capitano di una ciurma affiatata e collaudata quanto può esserlo la Filarmonica Arturo Toscanini. Al timone il comandante Stefano Nanni, che ha studiato le carte per navigare sicuro in un mare agitato quale è quello che Vinicio Capossela ha solcato in questi suoi primi trent’anni di carriera. Così l’Arena del Teatro Sociale è un mare da attraversare e gli spettatori sono tanti piccoli pesciolini venuti a galla per vedere il passaggio di questa brigata.

Davanti a tutti c’è Il grande leviatano, da ammirare con poetico stupore. Non sarebbe stata, al contrario di quanto ha cantato, Una giornata senza pretese, perché quando un artista “pop” incontra un’orchestra sinfonica, spesso quell’artista… no, non è un uomo morto, ma rischia di ritrovarsi completamente ricoperto di melassa (che fa scappare i pesci). Invece Capossela e Nanni hanno saputo evitare questo rischio. Non si tratta di sostituire con archi, legni e ottoni gli strumenti che abbiamo ascoltato sui dischi, bensì di scrivere delle piccole colonne sonore per narrazioni che ascoltiamo, così, sotto una nuova luce, come nel caso della “tetralogia dell’accento tronco” di Modì, Zampanò, Marajà e Bardamù.

L’atmosfera, indubbiamente, rimanda a Marinai, profeti e balene, il disco oceanico, quello dove Omero, Melville, Verne e Conrad vanno a braccetto. Quando attacca il sirenese di Pryntyl, la grande Orcæstra (il dittongo rappresenta l’unione tra orca e orchestra) potrebbe trovarsi a bordo del Virginian di Novecento (sempre meglio che suonare nel salone delle feste del Titanic). Poi va alla deriva ammirando Le Pleiadi, in un momento di rara ipnosi collettiva, per poi affrontare il Nostos.

Capossela, fino a quel momento, non ha parlato molto: si è impegnato al pianoforte, ha cambiato tre cappelli (un tricorno, uno zuccotto e un colbacco) e si è lasciato alle spalle una mantella. Ma si alza al microfono scoprendo una camicia garibaldina per commentare «Indosso una camicia rossa, stasera, perché chiunque prova ad attraversare il Mediterraneo è un novello Ulisse».

 

E come Ulisse non deve fidarsi del canto delle Sirene. Citazioni doverose di Morricone, di C’era una volta in America per Dove siamo rimasti a terra Nutless per poi sbarcare Nella pioggia. Il concerto – navigazione si avvia all’approdo con Resto qua che evoca la Smile di Chaplin, Una rosa che fa sdilinquire il folto pubblico femminile e Camminante che sancisce il ritorno sulla terra ferma. Non hanno preparato un bis, come se non fosse necessario.

Allora Vinicio, che prima aveva imbracciato anche una chitarra che suonava come se fosse stata appena staccata dal muro di un barbiere di Storyville (in realtà è un pregiato pezzo di liuteria, ma sotto le dita di Capossela qualsiasi strumento diventa vintage), si rimette al piano, annuncia la sua “vendetta” («Durante le prove con questa meravigliosa orchestra, io non potevo fare altro che ascoltare. Adesso tocca a loro ascoltare me») e azzarda Ovunque proteggi che scende su tutti come una benedizione. Aspettando di salpare ancora.

(Foto di Carlo Pozzoni)

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