Bob Dylan torna a Milano tra applausi e critiche

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Il pubblico di Bob Dylan assomiglia sempre di più ai clienti degli chef stellati che abbandonano malmostosi il ristorante lamentandosi perché il cibo era poco, non gli è piaciuto molto e, comunque, hanno speso troppo. E così il Premio Nobel atteso lunedì 9 aprile al Teatro degli Arcimboldi per una tappa di un tour italiano che lo ha visto per tre sere a Roma, Firenze e Mantova, arriva nel capoluogo lombardo accompagnato dal solito coro di polemiche, l’equivalente di un pallino su Trip Advisor e una pletora di feedback negativi. Ma perché? Che ha fatto? O, meglio, che ha fatto di nuovo? Confutiamo le accuse.

«Leggiamo cosa dicono di me questa volta»

Tanto per iniziare, nei tre concerti romani ha fatto sempre la stessa scaletta. Ma Dylan non è Springsteen, non si sente obbligato a ruotare i suoi brani per accontentare quelli che, impegnando la parure della prozia, hanno deciso di fare la tripletta.

Non è vero che nei concerti Dylan non sorride mai

Comunque, in questa scaletta unica moltiplicata per tre mancavano le hit. Che sul palco non si trovi un juke box di marca Zimmerman è fatto ben noto da più di mezzo secolo: cinquanta (e rotti) anni fa si faceva fischiare dal pubblico perché suonava elettrico quando lo volevano acustico.

«Chi ha detto Giuda

Non dice una parola. Vero. Ma vi ricordate quando l’avete fischiato a Newport nel 1965? E quando gli avete gridato «Giuda!» nel 1966? Perché lui se lo ricorda e il Bob giovialone degli anni da folksinger è morto allora. Certo, voi, magari, non c’eravate, ma lui sì e l’uomo che snocciola i testi di 500 canzoni a memoria, di certo non ha dimenticato.

Ah, le canzoni: le cambia fino a renderle irriconoscibili. In realtà le riarrangia, probabilmente per non annoiarsi e sperando di sorprendere. Non è colpa sua se, in platea, c’è chi si aspetta la fotocopia del disco (e, comunque, a conoscere due note e, soprattutto, i testi, quelli che «Io Dylan lo adoro, ho tutto», non dovrebbero avere problemi). Ah, e sfatiamo il mito che non provi con la band: quei vestiti nuovi non si cuciono da soli addosso alle canzoni, non scherziamo.

«Non so cantare»: ironia con Photoshop in un frame di Subterranean homesick blues

Ultimo scoglio, la voce, perché dal Dylan Bob, aetas sua 77 il prossimo 24 maggio, ci si aspetta, sì, che canti male, ma deve cantare male come vuole il suo pubblico e non come gli viene. E lui con quella voce ci canta Sinatra, pensa un po’. Tornerà presto: Genova il 25, Jesolo il 26, Verona il 27 aprile e, forse, chi lo vedrà in Arena, dove si esibì nel suo primo concerto italiano nel 1984, rimpiangerà quel live dimenticando che, all’epoca, dissero che non aveva suonato le hit, che i pezzi erano irriconoscibili, che era scorbutico, che cantava male…

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