All Nerve, il nuovo disco delle Breeders

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Ognuno di noi ha un talento uditivo tutto suo. C’è chi in casa riesce a riconoscere chi gli sta arrivando alle spalle solo dal rumore dei suoi passi, chi in una stanza riconoscerebbe il suo profumo ad occhi chiusi, chi in mezzo a una piazza di persone riconoscerebbe una voce fra mille. Il mio, che più che talento è una sorta di devozione, riguarda Steve Albini che di suo ha per me due enormi pregi: il sound unico e riconoscibilissimo delle batterie suonate dai musicisti che registra (recorded, not produced by…) da ormai quasi trent’anni e il gran merito di aver prodotto un buon 90% dei miei dischi preferiti. Si narra che prima di registrare Nevermind agli storici Sound City Studios di Los Angeles, Kurt Cobain e soci stessero ascoltando Surfer rosa dei Pixies e, ancora senza produttore, espresse il desiderio di voler registrare un disco che suonasse così. Desiderio che si avverò tre anni più tardi, con alle spalle un disco che cambiò radicalmente il mondo della musica e la voglia di tornare a un suono più crudo, diretto e pochissime sovraincisioni, al punto da rendere In utero così scarno, ma al contempo così potente, crudo e violento e poco radiofonico al punto da far storcere il naso alla Geffen che non contenta del missaggio del disco fece rimaneggiare da Scott Litt (produttore che reso celebre dal lavoro fatto con i R.E.M. in album essenziali quali Out of time del 1991 e Automatic for the people del 1992) tre pezzi: Heart-shaped box, All apologies e Pennyroyal tea.

Steve Albini nel suo habitat naturale

Nel 2013 quel disco venne ripubblicato con i mix originali rimaneggiati per l’occasione dallo stesso Albini e, per non saper ne leggere né scrivere, secondo me quelli della Geffen facevano un lavoro che non meritavano di fare. Oltre ai Pixies, Cobain annoverò tra le sue più grandi influenze anche la band della loro bassista, Kim Deal, le Breeders (o i Breeders, o le The Breeders, o come volete voi…) che nel 1990 esordirono con Pod del 1990, disco che lo stesso frontman dei Nirvana «rated as one of his favorites of all time».

Arrivo al punto: ho conosciuto i Nirvana grazie a Nevermind, come i due terzi della mia generazione, ma mi sono innamorato di loro grazie a In utero. Va da sé che per merito di quel disco e delle sue sonorità io sia arrivato a band e artisti quali Pixies, appunto, ma anche PJ Harvey (il demo di Rid of me fu il sample mandato alla band di Aberdeen – faccio l’hipster e non dico Seattle – come dichiarazioni di intenti su quello che sarebbe stato il lavoro intrapreso per l’album in cantiere), Bush, Slint, Sonic Youth, Fugazi, Mogwai (che però non mi piacciono, ma li cito per darmi un tono) e appunto le (usiamo l’articolo femminile visto che sono per 3/4 femmine, dai) Breeders.

The Breeders 2018: Josephine Wiggs, Kim Deal, Kelley Deal e Jim Macpherson (Foto di Marisa Gesualdi)

Pod è un disco immenso che diede loro molta visibilità, ma col successivo Last splash del 1993 esplosero come band e il successo fu tale da far vendere alla loro seconda fatica più di un milione di copie. Più curato e più accattivante del primo, un decennio dopo la sua pubblicazione, per stessa ammissione di Kim Deal non fu prodotto da Steve Albini solo per una questione di tempistiche. La band si prese poi una lunga pausa per ritornare sugli scaffali con Title Tk nel 2003 che le fece fare un salto all’indietro proponendo il sound degli esordi assieme al fedele produttore e un insieme di canzoni davvero ben strutturate nella loro disarmonia e un singolo, Off you, che compare un decennio più tardi nella colonna sonora del film Her, film del 2013, con Joaquin Phoenix.

Durante il tour di reunion dei Pixies del 2004, venne girato un documentario sulla band e nelle riprese dietro le quinte, durante gli spostamenti in bus, le sorelle Deal sono palesemente alle prese con quello che sarà il disco che vedrà la luce quattro anni più tardi nel 2008, Mountain battle. Un album con un sound meno duro rispetto ai lavori del passato e, nonostante venga mantenuta la componente melodica, le distorsioni e i midtempo fanno spazio a sonorità decisamente a ridosso del lo-fi. A dieci anni da quel disco, sulla pagina Instagram della 4AD (storica etichetta britannica con la quale la band pubblica da sempre i propri lavori), compaiono strani frame a nome Breeders e questo ha fatto capire ai fan che qualcosa stava per succedere. Frame dopo frame arrivò la conferma col video del primo singolo, Wait in the car, e una data: 2 Marzo 2018.

All nerve è tutto quello che vorrei sentire uscire dalle casse in questo momento. Melodie semplici e dirette, chitarre asciutte e seminali, la formula canzone (verse / chorus / verse) completamente stravolta e tutte quelle sonorita fine anni Ottanta e inizio anni Novanta che tanto piacciono ai nostalgici e agli appassionati di alternative rock e una durata, tretatré minuti, che per me è il tempo perfetto in cui racchiudere una raccolta di belle canzoni.

01. Nervous Mary
02. Wait in the car
03. All nerve
04. MetaGoth
05. Spacewoman
06. Walking with a killer
07. Howl at the summit
08. Archangel’s Thunderbird
09. Dawn: making an effort
10. Skinhead #2
11. Blues at the Acropolis

Quello che ho sempre adorato di Kim Deal è l’uso della sua bellissima voce. Riesce a metterla ovunque, anche i pezzi distorti che chiunque al posto suo urlerebbe, nella maniera più delicata e sentita possibile. La title track è un pezzo che ormai propongono dal vivo da un po’ di tempo e non ha perso smalto e nemmeno ha fatto passare la voglia di farsi ascoltare e poi, non so voi, ma non esiste nulla di più bello del vedere su un palco Kim con la sua chitarra e quel sorriso contagioso.

In quella sua espressione costantemente gioiosa c’è il tutto il bello e la coscienza di chi sa per cosa essere grato e per cosa vale davvero la pena vivere, che sia il rock’n’roll o qualsiasi altra passione. Ecco, tutto questo è racchiuso in un sorriso, il suo. O quello stampato sulla mia faccia per tutta la durata di questo disco.

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