50 anni di Jethro Tull a Milano

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Il 25 ottobre di mezzo secolo fa arrivava nei negozi britannici This was, album numero uno della lunga serie inanellata dalla band che, per caso, si è ritrovata in sorte lo stesso nome di un agronomo vissuto a cavallo tra Sei e Settecento: Jethro Tull. Già dal titolo («Questo era») si adombrava la difficoltà del gruppo a restare compatto: mentre l’album iniziava a far discutere, il chitarrista Mick Abrahams era già partito per altri lidi, dando il via a un infinito giro di valzer che ha portato ben ventisette musicisti in seno alla band, da chi è rimasto lo spazio di una sera (Tony Iommi, poi fondatore dei Black Sabbath), a chi vi ha dedicato gran parte della sua vita professionale (Martin Barre, dal secondo album fino all’ultimo).

Ian Anderson

Il padre e padrone della band, però, è sempre stato l’unico e insostituibile Ian Anderson. Lunedì 23 luglio alle 21 guiderà Florian Opahle (chitarra), John O’Hara (tastiere), David Goodier (basso) e Scott Hammond (batteria) nella penultima tappa italiana del tour del 50° a Milano all’Ippodromo di San Siro. Il repertorio attingerà a tutta la storia della band, recentemente celebrata dall’esaustivo box 50 for 50, cinquanta canzoni per cinquant’anni, anche se…

Too old to rock’n’roll? I Jethro Tull agli esordi, truccati da vecchi per This was

Anche se, a ben vedere, i Jethro Tull non esistono più: Anderson li ha messi in “animazione sospesa”, congedando Barre e tutti gli altri senza troppi complimenti e girando, da allora, con il suo nome, ma sfruttando sempre quello che lo ha reso celebre, ma che non ha mai amato («Quando eravamo giovani suonavamo così male che i locali non ci ingaggiavano mai una seconda volta – ha raccontato – Allora mandavamo avanti un altro di noi con un altro nome: caso volle che quando venne a sentirci un discografico della Island ci stessimo esibendo come Jethro Tull»). L’ultimo album con il gruppo è una raccolta natalizia pubblicata, ormai, quindici anni fa.

Suonando il flauto su un piede solo: come tutti ricorderemo Ian Anderson

Da allora Anderson ha inciso numerosi dischi, compreso il sequel del leggendario Thick as a brick, composto un’opera rock (il titolo? Jethro Tull, naturalmente) e attraversato il mondo varie volte con il suo flauto, il suo armamentario di chitarre e canzoni celeberrime (quasi inutile ricordare classici come Aqualung, Locomotive breath, Bourée… se avete letto fino qui, già li conoscete). Ma, per l’occasione, ci saranno anche ospiti virtuali che interagiranno con i musicisti: Living in the past, sul serio.

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