Un anno da scrittrice: Anna Savini si racconta a Zelbio Cult

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Ho sempre voluto scrivere un libro, da quando avevo 14 anni, ma non mi sono mai domandata che cosa sarebbe successo una volta pubblicato. L’ho scoperto l’anno scorso, quando è uscito Buone ragioni per restare in vita (Mondadori). Mi sono trovata di colpo al centro dell’attenzione. Mi dicevano tutti che ero coraggiosa. Ma io avevo paura di tutto. Mi dicevano che ero fortissima, ma a me non sembrava proprio. Mi hanno messo su un piedistallo, ma io mi sentivo precipitare. Soprattutto quando mi raccontavano le loro malattie, le ho somatizzate tutte. Non ero pronta a diventare un punto di riferimento e invece mi sono trovata sul palco, a queste presentazioni stupende, dove tutti mi ascoltavano in silenzio, sorridevano per incoraggiarmi e mi perdonavano perfino quando perdevo il filo. E lo perdevo spesso perché non sono abituata a parlare in pubblico. Poi alla fine dell’incontro, erano tutti lì ad aspettarmi, in fila, in queste code lunghissime, per avere il mio autografo. E io avevo paura che aspettassero troppo, ma volevo scrivere un bel ricordo a ciascuno di loro, così li facevo aspettare ancora di più e la fila si allungava insieme alla mia ansia. Mi hanno fatto sentire come le star di Hollwood che tanto amo. Mi hanno aperto un fan club su Facebook e uno su Instagram. Mi hanno organizzato eventi, nei librerie, nelle biblioteche, nei negozi, ai festival letterari, ma anche alle sagre dei loro paesi come celebrità, mi hanno anche organizzato una festa a sorpresa con un torta libro con la copertina di crema stampata sopra. E dal primo giorno hanno iniziato a chiedermi il secondo libro perché erano innamorati del primo. Sono diventata come le mie amiche immaginarie, circondata da affetto e ammirazione, ma non sono stata proprio capace di godermi questa ondata di bene perché ero troppo preoccupata di dispiacere gli altri.

Con la giornalista di Radio24 Alessandra Tedesco a Parolario 2017

Quindi se qualcuno mi scriveva, e mi scrivevano dieci persone al giorno, io dovevo subito rispondere a tutti. Se per caso Facebook o Instagram mi nascondevano il messaggio per giorni, stavo male quando lo vedevo perchè avevo paura che il mittente si offendesse. E poi mi invitavano, dappertutto, e io passavo ore al telefono a discutere i dettagli, caricandomi un tasso d’ansia che mi faceva stare malissimo. Allora ho iniziato a dire sì a tutti, senza più chiedere dettagli. Ma non è andata bene neppure così, perchè mi sono trovata a organizzare la mia vita in base a una serie di presentazioni che a volte erano semideserte. Così, anziché tornare a casa felice, tornavo con un altro carico di frustrazione. Ma appena qualcuno mi chiedeva se volevo andare a presentare il libro, rispondevo sì, prima ancora che mi dicesse come e dove. Non riuscivo a dire di no, poi un giorno ho scoperto una canzone, Didinò, e sono rimasta folgorata dal fatto che Marracash, un rapper, fosse come me.

A quel punto ho smesso di precipitare e ho iniziato a scrivere il secondo libro con i miei idoli nuovi che sono Marra, Sfera, Gue e tutti gli altri rapper che ho conosciuto in questi mesi. Li ho studiati, come se avessi dovuto preparare un esame all’università, e mi hanno insegnato tantissimo. Perché era come se ci fossero passati, da quello che stavo vivendo io. Dalla paura di non riuscire a fare qualcosa (un libro-una canzone) che ti paralizza, alla paura del giudizio degli altri che ti condiziona, alla pressione quando alla fine riesci a farla. La differenza tra me e loro è che l’avevano capito a vent’anni. Mi sembrava strano essere un idolo, quando ero così a disagio. Ma lo ero proprio per quello. Con il nuovo equilibrio e nuovi riferimenti a cui aggrapparmi ho imparato anche a come comportarmi. All’inizio ero trasfigurata dall’ansia e non sapevo cosa volevo dire. Poi un giorno mi l’ho scoperto di colpo. Me l’hanno insegnato i ragazzi della seconda A delle scuole medie di Fagnano Olona, in provincia di Varese, che hanno studiato il libro come testo di narrativa grazie alla loro insegnante Beatrice Zerini, alla preside e ai genitori che hanno acconsentito a introdurlo nel piano studi.

Marracash

I ragazzi hanno preso me come riferimento per fare le cose. Mi hanno detto: «Se tu sei stata così coraggiosa, noi possiamo alzarci dal letto senza storie». Ho capito che non dovevo fare tante storie neppure io, anche se non ero troppo coraggiosa.Così ho imparato a parlare in pubblico e adesso,quando mi chiedono di cosa parla il libro, rispondo che è la storia di una ragazza che aveva tantissimi sogni, ma siccome erano troppo grandi, continuava a rimandarli fino a quando non ha scoperto che non aveva un tempo infinito per realizzarli. E siccome ho imparato la lezione, ho iniziato fare le cose, senza stare tanto a domandarmi se sono nella lista dei sogni o no. Voglio dire, non sono ancora andata a Los Angeles che è il mio sogno (e ho sbagliato) ma sono andata a Cannes, al festiva del cinema di Venezia e a Roma anche se prima di ammalarmi avrei di sicuro rimandato. Ho seguito le orme, come mi ha suggerito di fare uno dei miei ex capi.

Guè Pequeno

In questo modo è diventato tutto più facile. Anche perché nel frattempo ho conquistato un sacco di amiche nuove e reali, oltre a ritrovare vecchie amiche. Io ho capito che non è così brutto essere un idolo anche se non mi sento adeguata.  Perché accettare di esserlo contiene un messaggio: se anche una ragazza insicura può diventare il riferimento di qualcuno, vuol dire che non bisogna preoccuparsi delle proprie insicurezze e pensare invece che siano un punto di forza. Basta scoprire in cosa consiste. Bisogna andare avanti a cercarlo senza scoraggiarsi, anche se sembra che non esista. Prima o poi salterà fuori. Insomma bisogna fare come le persone sicure, che realizzano le cose un pezzetto per volta, come se la propria autostima fosse fatta da mattoncini di lego appoggiati uno sopra l’altro. Ogni giorno se ne può aggiungere uno e non bisogna perdersi d’animo neppure se cade tutta la torretta. Quindi sarò anche un idolo a rovescio ma ringrazio tutti per avermi permesso di diventarlo. E mi auguro che questa lezione servirà ai ragazzini, che sono il futuro. E – di questo sono sicura – riusciranno a costruire un mondo migliore.

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