Quell’operaia da film: dal cotonificio a Novecento

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C’è stato un tempo in cui, prima dell’emigrazione dal Sud del mondo e anche di quella dal Sud Italia, le fabbriche lariane richiamarono migranti dalla Lombardia medesima, in particolare dal Bresciano e dalla Bassa. Erano contadini, muratori e domestiche, o più semplicemente disoccupati, che speravano di stare meglio diventando operai. Qualcuno, però, poi tornava indietro, alle radici. Soprattutto una: Eugenia Arnoldi Azzali, che dopo cinque anni nei capannoni del Cotonificio Somaini, si sposò a Piadena, nel Cremonese, e divenne suo modo un’icona internazionale della civiltà contadina, senza che nessuno dei suoi ex colleghi se ne avvedesse. Finché la scorsa settimana, le due parti della sua storia si sono riunite, proprio nell’ex cotonificio, oggi sede del polo tecnologico ComoNext, dove il figlio terzogenito della Genia, come la chiamavano al paese, è intervenuto a testimoniare la storia della madre, scomparsa nel 2010 poco prima di compiere i 96 anni, e anche della sua eredità musicale, accompagnato da un trio (Peto, Leo e l’Intrusa) che tiene vivo quel patrimonio di canzoni popolari lombarde salvato proprio dall’ex operaia di Somaini assieme alla Lega di Cultura di Piadena che contribuì a fondare nel 1967. Gianfranco Micio Azzali è tornato all’ex Cotonificio Somaini di Lomazzo (oggi ComoNext) L’occasione è satata passeggiata creativa Le vie dell’innovazione promossa da Fondazione Volta con Sentiero dei Sogni e il Comune di Lomazzo.

Un fotogramma di Novecento di Bernardo Bertolucci: Gerard Depardieu con Eugenia Arnoldi Azzali

Una storia da film, letteralmente, quella della Genia e del Micio. Sì, perché migliaia, anzi milioni, di cinefili li hanno già visti entrambi in Novecento di Bernardo Bertolucci. Vi ricordate la scena dell’uccisione del maiale, rito tanto cruento quanto fondamentale nel mondo contadino? Quando una donna avverte Olmo (interpretato da Gerard Depardieu) che è passato il fascista Attila, minacciando che non lo farà più lavorare, perché ha fama di sovversivo? Ecco, la contadina dal volto squadrato, e dall’espressione potentemente plastica, che porta la cattiva novella è proprio Eugenia Arnoldi Azzali. La ritroviamo nella scena successiva, in cui tutto il vicinato è attorno a Olmo per aiutarlo a insaccare il suino appena sacrificato, e un giovane si infuria perché «Non c’è più il partito» (comunista, naturalmente). Quel giovane è il Micio e Depardieu lo zittisce sfoderando un foglio dell’Unità clandestina, «Stampata da compagni mettendo in pericolo la propria stessa vita» e ricordandogli che il partito vive in ciascuno di loro. «Diglielo tu, Eugenia», esclama Olmo, chiamando in causa di nuovo l’ex operaia del Cotonificio. E lei risponde cantando: «Quando bandiera rossa se cantava / le trenta lire al giorno se ciapava / adesso che se canta Giovinessa / se casca in tera dala debolessa»…

La stessa canzone è stata intonata dal trio che ha accompagnato Gianfranco Azzali nel suo ritorno a Lomazzo, nei luoghi di una storia personale ma anche collettiva.  Eravamo lì, infatti, per riallacciare i fili tra il passato e il futuro di un’esperienza senz’altro eccezionale, quale è stata quella di Francesco Somaini, imprenditore innovativo nello sfruttare l’energia elettrica, creare un villaggio operaio secondo solo a quello di Crespi d’Adda e omaggiare Alessandro Volta, cui lui e tutta l’era moderna devono moltissimo, donando ai comaschi il Tempio Voltiano. Una visione lungimirante che prosegue ora negli spazi recuperati del suo cotonificio, divenuto il collettore e incubatore di imprese tecnologiche ComoNext. Ma il Micio ha portato anche un’altra visione: quella di una ragazza, sua madre, che non voleva rinunciare alla propria storia, che mal digeriva la disciplina imposta dalle suore, cui Somaini aveva affidato la gestione del convitto costruito per ospitare le giovani operaie senza famiglia, da lui stesso reclutate promettendo ai genitori che avrebbe garantito per la loro incolumità e le avrebbe fornite di una dote.

«La mamma raccontava anche che il padrone con una mano te li dava e con l’altra li riprendeva – è cominciata così la testimonianza controcorrente di Gianfranco Azzali – perché diversi beni che compravano erano prodotti sempre da Somaini. Comunque qualcosa è certamente riuscita a mettere via e nel 1937 è tornata al paese per sposarsi». Non era nata contadina, Eugenia, bensì figlia di un muratore e di una casalinga che si erano conosciuti a Lione, entrambi emigrati (lui per costruire il Duomo, lei per lavorare nel ristorante dei genitori). «A 11 anni – prosegue Gianfranco – era andata a servizio in una famiglia, ma la trattavano come un animale, allora era scappata di nuovo a casa. E poi, visto che di lavoro non ce n’era, aveva accettato di venire a lavorare a Lomazzo».

La terra la incontrerà sposando Pierino Azzali e andando a vivere nella cascina dei suoceri. E la Genia si innamorerà della dimensione comunitaria presente nel mondo contadino. Nel 1967 con il marito, il figlio Gianfranco (allora ventenne) e due compaesani che si sono distinti nel campo della scrittura (Mario Lodi) e della fotografia (Giuseppe Morandi) fonda la Lega della Cultura di Piadena, che da 51 anni ha sede proprio nella cascina degli Azzali e custodisce e diffonde (in Italia e all’estero) canzoni e tradizioni della civiltà contadina.

«Quando Bertolucci nel 1974 cominciò a girare Novecento – racconta il Micio – era disperato perché non riusciva a trovare immagini del mondo contadino della prima metà del secolo. Finché qualcuno gli disse di venire a Piadena, dove Morandi aveva una montagna di foto di questo tipo». E proprio domenica 9 settembre, per chi volesse restituire la visita fatta da Azzali & C a Lomazzo, si è inaugurata a Piadena una mostra di Morandi dedicata alle donne. Donne eccezionali (quasi) come la Genia.

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