Poesie dal fronte: un récital dedicato ai soldati semplici

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Mentre tutti, più o meno, conosciamo le poesie scritte nel ’15-’18 da Ungaretti e da altri “poeti laureati”, peraltro quasi unanimemente favorevoli all’entrata in guerra (con l’eccezione di Palazzeschi e Lucini), un’enorme patrimonio rimasto sepolto per decenni è quello scritto da tanti soldati semplici, che pure scelsero i versi per cercare di esprimere l’indicibile. Un centinaio di queste voci sono state raccolte da Pietro Berra, giornalista e poeta, nel libro Poesie dal fronte. Dalla Grande Guerra all’Afghanistan vite in versi di soldati semplici (Nodolibri), che verrà presentato venerdì 19 ottobre alle 20, nel Centro Polifunzionale di via Roma 22 a Fenegrò. Introduce Giancarlo Nicoli, consigliere comunale delegato alla cultura e alla biblioteca. La presentazione sarà accompaganta da un piccolo recital, con lettura di alcuni testi poetici a cura dell’attrice Rossella Liberti accompagnata da Rosaria Nicoli all’arpa. A seguire, l’aperitivo conviviale. L’ingresso alla serata è libero.

«Ho dedicato quasi dieci anni – racconta Berra – alla ricerca delle voci poetiche dei “senza voce”, i soldati semplici. Leggendo quel poco che lungimiranti etnografi hanno pubblicato e raccogliendo con un passaparola alcune centinaia di testi rimasti chiusi nei cassetti di tante famiglie italiane. Qualche differenza di fondo, rispetto all’opera dei poeti laureati emerge: e la principale non è la quantità di errori di ortografia, bensì la totale assenza di poesie inneggianti alla guerra (altra cosa è l’onore o la bandiera)».

Pietro Berra

Più che la genetica, sembrano confermare i “soldati semplici”, la differenza la fa la vita vissuta. Così il pastore abruzzese Francesco Giuliani, strappato ai suoi monti dal richiamo alle armi , alla fine di maggio del 1915 dedica una poesia ai “fucilati di Villese”, italiani delle terre irredente che non accolsero con entusiasmo l’esercito di sua maestà e per questo vennero usati come scudi umani e passati per le armi: «Qui senza colpa, e contro ogni ragione / Vi fucilarono più d’un cittadino. / Per opra di un maggior come Nerone / Spietato, empio, feroce ed assassino». Augusto Gaddo, con alcuni suoi commilitoni (trentini arruolati nell’esercito austriaco), fa fuori invece il proprio capitano e si unisce ai “fratelli italiani”. Ma alla fine, da una parte come dall’altra, sul Carso «di terra non ce n’è nemeno un badile / Da potersi sepelire», come scrive in una poesia.
Scrivono a fiumi i sardi della Brigata Sassari, abituati alle sfide poetiche e canore tra pastori. E ne emerge ancora un’altra visione e un’altra Italia. Traducendo, purtroppo, si perde il ritmo originale: «Per il capriccio di Trento e Trieste / hanno messo tutta l’isola sarda in lutto / prima eri considerata malvagia e diffidente [Sardegna] / adesso per bisogno si interessano di te /ma poi sarai di nuovo abbandonata». Ma la testimonianza più significativa è la poesia di un milite ignoto, trovata in tasca a un soldato caduto nelle Dolomiti e incisa (ma si sta sbiadendo) all’ingresso della galleria di Castelletto delle Tofane, scavata da un alto dagli austriaci e dall’altro dagli italiani, impegnati per tre anni e mezzo in una estenuante guerra di posizione: «Tutti avevano la faccia del Cristo, / nella livida aureola dell’elmetto. / Tutti portavano l’insegna del supplizio / nella croce della baionetta, / e nelle tasche il pane dell’ultima cena, / e nella gola il pianto dell’ultimo addio».

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