Non di sole briciole: barba, capelli e calore umano per i clochard

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Si dice l’abito non faccia il monaco, ma è pur vero che spesso la percezione che gli altri hanno di noi è fortemente influenzata dall’aspetto fisico. È partendo da questa considerazione che un gruppo di ragazzi dell’associazione giovanile Circolo Olmo ha ideato Non di sole briciole, iniziativa mirata a fornire un servizio di cura della persona, inclusivo di lavaggio e taglio di capelli, ai senza tetto della zona.

«Il progetto è nato quest’estate con l’idea di attivarsi per la propria città e i suoi figli più bisognosi, ossia i senza fissa dimora – spiega il responsabile Niccolò Dilda – in loro abbiamo identificato gli ultimi degli ultimi, i veri invisibili della nostra società». Oltre all’immediato fine pratico, rimane importante la componente psicologica. Lo scopo infatti è anche garantire loro un’esperienza che possa farli sentire valorizzati: «Ci siamo orientati in questa direzione in primis perché abbiamo registrato che questo tipo di servizio mancava a Como, in secondo luogo perché ci permette di stabilire un contatto umano con i senza tetto, che ricevono un tipo di cura a cui ormai non sono più abituati», continua Niccolò.

E così, dopo una fase dedicata alla ricerca di parrucchieri, alla scelta di una location e alla presa di contatto con associazioni che potessero indirizzare i senza dimora verso l’evento, l’idea si è concretizzata il 7 novembre e di nuovo, pochi giorni fa, lunedì 5 febbraio. Lo spazio scelto è l’Opera don Guanella di via Tommaso Grossi 18, con la benedizione del coordinatore don Leonello Leo Bigelli: «Già dalla prima volta ho registrato in prima persona come l’attività porti un ritorno positivo ai volontari, che si sentono gratificati e utili.

Quanto agli uomini e alle donne che ricevono il taglio, essere presi in considerazione da persone per così dire “comuni”, che in genere vivono su un piano parallelo al loro, ha un ottimo impatto sulla percezione che hanno di sé». A partecipare sei parrucchieri – Alessandra Lamberti, Adelmo Ambrosone, Lorella Stefani, Rita Trovato, Simone Pignatelli e Federica Mauri – che in circa tre ore di lavoro hanno migliorato la giornata di quasi cinquanta clochard. Sul posto anche il fotografo Fabrizio Capsoni, che proprio questo gennaio ha organizzato allo spazio The Art Company di Como la mostra Non chiamateli barboni!

Una grande soddisfazione è arrivata quasi subito: Giovanni Corona, che non riceveva un taglio di capelli da più di un anno, è riuscito a usufruire del servizio poche ore prima di un colloquio che potrebbe fruttargli un lavoro da muratore: «C’è una bellissima atmosfera, la mia parrucchiera mi ha messo a mio agio e ora sento di poter affrontare l’incontro con più sicurezza».

Eisa, che in Afghanistan faceva il parrucchiere, si propone entusiasta di partecipare come volontaria alla prossima data. Alcune storie sono particolarmente difficili da ascoltare, come quella di Mehdi, ingegnere costretto a fuggire dall’Iran, lasciando dietro di sé moglie e figli, perché perseguitato dopo aver deciso di convertirsi al Cristianesimo.

Per questo servono volontari con una spiccata sensibilità, che sappiano farli sentire accolti, come Simone e Federica, giovanissimi, che hanno scoperto l’evento da uno status su Facebook e si sono fiondati su un treno da Milano per contribuire: «Era da un po’ che anche noi pensavamo di organizzare questo tipo di iniziativa, quindi non abbiamo esitato un istante. È stato bello vedere come persone all’inizio impaurite si siano sciolte durante il taglio, uscendone serene e soddisfatte».

La speranza è di riuscire a coinvolgere istituti professionali e nel futuro prossimo rendere l’iniziativa mensile. Nel mentre, il punto di fondo, conclude Niccolò, rimane chiaro: «Più di tutto vogliamo impegnarci per trasmettere il concetto che barbone è solo un’etichetta stigmatizzata che ci distoglie da un dato oggettivo eppure spesso lasciato da parte: tutti loro sono esseri umani».

(Foto di Fabrizio Capsoni)

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