Non chiamateli barboni! Una mostra sui senza tetto

Non chiamateli barboni! Una mostra sui senza tetto
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Di recente, Como è finita nuovamente nel mirino dei media nazionali. Al centro dello scandalo l’allontanamento da parte della Polizia Locale di alcuni volontari di WelCom, intenti a distribuire la colazione a un gruppo di senza tetto presso il portico della Chiesa di San Francesco. Il malcontento verso i provvedimenti anti – accattonaggio che hanno portato a questa dinamica, tanto più assurda se si considera che ha preso piede nel periodo natalizio, è sfociato in manifestazioni, flash mob e una petizione online per richiedere le dimissioni del sindaco Mario Landriscina. Rispondendo a una sottintesa chiamata all’azione, Fabrizio Capsoni (nell’immagine in alto), fotografo comasco, ha voluto contribuire alla sensibilizzazione sulla tematica dell’emarginazione sociale, portando allo spazio The Art Company di Via Borgo Vico 163 a Como, gestito da Pierluigi Ratti, la mostra Al semaforo, per l’occasione rinominata Non chiamateli barboni!.

L’inaugurazione è prevista per sabato 30 dicembre alle 16.30. Il fotografo racconta: «Il titolo originale richiama la scintilla che ha fatto partire il mio interesse per questo mondo, nel 2006. Vivendo a Milano, facevo esperienza diretta, su base quotidiana, di senza tetto che approfittavano delle luci rosse dei semafori per approcciare i passanti e chiedere l’elemosina. Il fenomeno mi ha affascinato al punto che ho iniziato a mettermi in contatto con centri di volontariato che potessero fornirmi un punto di vista da insider». Per questo contesto, quelle prime foto sono state scartate: «È un tipo di accattonaggio che fortunatamente sta scomparendo, io invece voglio rispecchiare la contemporaneità».

È rimasta una selezione di circa trenta opere, ciascuna rappresentante uno spaccato di umanità in grado di provocare disagio e stimolare riflessioni. Ansel Adams diceva che una fotografia è come una barzelletta, se devi spiegarla non è venuta bene. E di certo questi scatti in bianco e nero, esposti in un ambiente disadorno e corredati a didascalie minimali, parlano da sé: un clochard accasciato sotto un cartellone recante, a caratteri cubitali, la dicitura «La meraviglia di ogni giorno», un uomo disteso fra i cenci, che stringe a sé il suo cane, Mario Furlan, fondatore della onlus City Angels, in prima linea per fornire un aiuto ai bisognosi. Capsoni sottolinea più volte che l’intento dell’iniziativa non è polemico: «Si potrebbe pensare a una presa di posizione politica, ma il mio vero obiettivo, più che accusare, è fornire modelli di comportamento».

L’ideale per avviarsi verso una reale risoluzione del problema, infatti, sarebbe un dialogo più aperto e propositivo fra il Comune e i diversi enti di volontariato sul territorio, ma anche il singolo cittadino che si approccia a questo tipo di esposizione deve poterne ricavare una spinta gentile verso la proattività. In questo caso, l’arte assume un’importanza sociale e diventa stimolo per agire dal basso e ridimensionare una problematica che rischia di assumere proporzioni apocalittiche nell’immaginario collettivo. Lo scopo è fare sì che queste entità fatte di stracci e carta tornino ad essere considerate persone, più che problemi da eliminare. La mostra rimarrà aperta fino al 5 gennaio 2018, dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 18.30. Ingresso gratuito.

(La foto di Fabrizio Capsoni è di Carlo Pozzoni)

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