No pasta, no show: Claudio Trotta si racconta a Pusiano

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Non si parla (quasi) mai bene dei promoter dei concerti rock. Perché i biglietti costano troppo, perché era tutto organizzato male, perché non c’era parcheggio era a pagamento ed era troppo caro, perché… per mille perché. Da quado, recentemente, sono emerse le spiacevoli dietrologie del secondary ticketing, mentre acquistare la sera stessa del concerto il biglietto di un artista di gran nome è diventato virtualmente (ma soprattutto praticamente) impossibile, questa figura professionale ha ricevuto un ulteriore bocciatura nella scala sempre più scricchiolante del malcontento popolare che, spesso, addossa colpe a chi non ne ha e non si fa le domande giuste. Tra gli organizzatori, invece, tra i promoter ce ne sono anche dal volto umano.

Con i leggendari Kiss

Umanissimo, simpatico, a misura d’uomo è, sicuramente, Claudio Trotta, da quasi 40 anni patron della Barley Arts, una delle principali agenzie nostrane, che ha portato in Italia centinaia di artisti, che ha instaurato un rapporto di fiducia con tanti di questi, ma anche e soprattutto con il pubblico che, magari, non gli perdona qualche pecca (impossibile non sbagliare mai), ma gli riconosce la grande onestà intellettuale, la capacità di assumersi le responsabilità, la sincerità e anche un’innata simpatia. Tutte caratteristiche che si ritrovano in No pasta, no show, l’autobiografia di Trotta, pubblicata da Mondadori Electa, che presenterà martedì 13 marzo alle 21 nella sala comunale di Pusiano, a Palazzo Carpani Beauharnais in via Mazzini 39. Con il promoter anche l’attore Corrado Gambi e del cantautore inglese James Maddock accompagnato da Alex Valle, storico chitarrista di Francesco De Gregori (ingresso libero).

È un libro che si legge d’un fiato a patto di essere, come l’autore, un appassionato di rock con una fede incrollabile nel potere della musica. Ma raccontare gli show organizzati dalla fine degli anni Settanta a oggi significa anche parlare dell’Italia che cambia. Quando iniziò l’avventura di Barley Arts, il nostro Paese stava attraversando un periodo davvero buio e Milano, la città dove Trotta è nato sessant’anni fa, ed è cresciuto, era l’epicentro di una contestazione durissima che portò a una vera propria “dieta” quasi decennale. Se è vero che nomi come Genesis e Van Der Graaf Generator divennero celeberrimi nella Penisola prima ancora che in madre patria, non si può non ricordare gli scontri che minarono concerti di artisti come Santana, Led Zeppelin (a quell’episodio di vera e propria guerriglia urbana è stato dedicato un saggio a parte, Led Zeppelin ‘71. La notte del Vigorelli di Giovanni Rossi, Tsunami, 2014) e Lou Reed. L’episodio più increscioso, e più citato, è quello del “processo al cantautore”, cui fu sottoposto Francesco De Gregori al PalaLido. Risultato: Italia tagliata fuori dal giro dei concerti “che contano” per non correre rischi.

Frank Zappa e Fabio Treves nel 1988

Difficile convincere i management a rischiare a riportare grandi nomi a Sud della Svizzera. Trotta, con un lungo e appassionato lavoro che riempie le prime pagine del libro, ci è riuscito, conquistandosi la fiducia di artisti e manager concerto per concerto, tappa su tappa. È, sicuramente, un professionista, ma è anche un fan e ciò traspare dalle pagine più appassionate del libro. Quelle dedicate a Frank Zappa, ad esempio, che era reduce da una tournée disastrosa che aveva voluto perfino immortalare sulla copertina dell’album The man from utopia. Trotta andò in pellegrinaggio fino a Monaco per convincere quel musicista così esigente e perfezionista, portando con sé l’amico Fabio Treves. Quest’ultimo, poi, venne invitato sul palco da Zappa – un onore riservato a pochissimi – mentre il promoter italiano ebbe la soddisfazione di trascorrere quasi tutte le serate dopo gli show a cena con il suo idolo.

Con Bruce Springsteen

E poi, naturalmente, c’è Springsteen. Tanti identificano idealmente la Barley Arts e Claudio Trotta con Bruce che, dal 1999 della reunion della E Street Band, si è appoggiato all’organizzatore meneghino per tutti i concerti italiani successivi (trentasei, come ogni fan osservante ben sa). Quello per il Boss è un vero e proprio culto e chi si incarica di portarlo alla sua gente sa bene di correre dei rischi. Ma, anche in questo caso, il fan viene (quasi) prima del lavoratore cercando di accontentare tutti. Alla fine si scorrono questi quattro decenni di storia con la convinzione, intanto, di non essere ancora arrivati alla fine, recuperando un po’ di fiducia nella musica e in questo mestiere per tanti un po’ oscuro, e si leggono numerosi aneddoti che rendono il ancora più gustoso questo buon piatto di pasta sonora.

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