Mirko Sabatino inaugura Youthbook a Erba

sabatino-presenta-lestate-muore-giovane-a-erba
0 153

Mirko Sabatino

Giovedì 15 novembre alle 19 si terrà il primo dei tre incontri ad ingresso libero ideati da Progetto Youthlab insieme a Libreria di Via VoltaLibreria Torriani Di Canzo e Libreria Colombre: Youthbook – aperitivi con l’autore. All’Opificio Zappa di Erba – uno spazio culturale che sono molto curiosa di scoprire – si parlerà del romanzo di Mirko Sabatino L’estate muore giovane, edito da Nottetempo. A presentarlo, Paolo Bosca – assistente all’editore, Katia Colombo – libraria della Libreria di Via Volta e… la sottoscritta. Accanto a un filo di ansia da prestazione – del tutto di fisiologica, direi – provo un grande piacere nel partecipare a questa serata, prima di tutto per lo spirito che anima gli organizzatori e per lo stile che si è voluto dare all’iniziativa e poi perché si dialogherà di un romanzo che ho scoperto per caso ma che mi ha appassionato fin dalle prime battute. La storia – forte e coinvolgente, dal ritmo crescente che ti fa divorare il libro e che ti prende visceralmente – è quella di Primo, Damiano e Mimmo, tre dodicenni che nell’estate del 1963 (quella del primo album dei Beatles e del sogno di Martin Luther King) trascorrono le giornate tra i vicoli del loro paesino sul Gargano e il loro rifugio segreto sulla scogliera. L’ambientazione, di per sé, è tra le mie preferite, perchè da sempre adoro film, libri e serie tv che hanno per protagonisti i ragazzi, ancor di più se le atmosfere sono quelle di qualche decennio fa. Quello che, però, potrebbe essere un “semplice” romanzo in cui le scorribande dei giovani protagonisti la fanno da padrone si rivela essere molto di più, drammaticamente più toccante e attuale. Quando, infatti, i teppistelli del paese aggrediscono Mimmo, i ragazzi stabiliscono un patto: risponderanno a qualunque offesa che riguardi loro o le loro famiglie con una vendetta proporzionale all’affronto. Gli eventi vireranno in modo imprevisto, coinvolgendo davvero i loro cari e tutto il paese e il patto sarà disperatamente rispettato. L’occasione è stata propizia anche per sentire dalla voce dell’autore stesso quello che il romanzo ha portato con sé.

L’estate è spesso e da molti considerata come la stagione della spensieratezza, della vitalità e della vivacità: il titolo del suo romanzo è, dunque, di per sé, già quasi un ossimoro. La storia, poi, si rivela  ben presto dura e drammatica e coinvolge ragazzi che a quell’età dovrebbe pensare solo a gioco, divertimento, primi amori. Qual è stata la spinta per il racconto di questa storia, appassionante e tragica?

Ci sono state tre spinte diverse, nella genesi del libro. Sono partito dai vicoli: volevo ambientare una storia tra i vicoli di un paesino, volevo raccontarne lo snodarsi lento e stretto, il nascondere e il rivelare improvviso. Poi c’era questa certezza sempre attiva, che mi girava dentro da anni: che se un giorno avessi avuto il coraggio e la disciplina di mettermi a scrivere qualcosa di più lungo dei racconti che scrivevo, avrei raccontato di ragazzini alle prese con qualcosa di più grande di loro. Ma queste due spinte non mi portavano da nessuna parte, non reagivano tra loro. Poi un giorno mi sono imbattuto in una trasmissione in cui si parlava del caso di Elisa Claps (che apparentemente non ha connessioni con la storia al centro del mio libro, ma in qualche modo che non so evidentemente deve avercele) e ho sentito qualcosa scattare dentro. Dopo qualche giorno avevo il romanzo compresso in una sola frase, una frase che risuonava di possibilità. Un’idea con un potenziale di sviluppo che vi pulsava dentro come qualcosa di vivo. Mi ero sempre detto che se fossi riuscito a infilare l’idea di un romanzo in una sola frase, allora avrei provato a scriverlo. E l’ho fatto.

Nel romanzo si incontrano tanti elementi: la famiglia, l’amicizia, la religione, la morte e la vita. C’è qualcosa di autobiografico nelle vicende dei ragazzi? Qual è stata, viceversa, l’ispirazione per i personaggi di Primo, Damiano, Mimmo e Viola?

Non c’è niente di autobiografico nel romanzo – per fortuna. Questo libro deve tutto alla fantasia — personaggi compresi, per scrivere i quali non mi sono ispirato a nessuno. Me li sono ritrovati ad abitarmi la testa, prima sotto forma di nomi, poi i nomi si sono portati dietro volti e abbozzi di caratteri, e a mano a mano che scrivevo mi sorprendevo nel vedere che i personaggi facevano tutto da soli, prendevano decisioni, dialogavano tra loro, agivano. Non avevo il controllo di niente – non ho il controllo di niente, quando scrivo – ed è una sensazione che ha del fascino, ma è anche inquietante.

L’Opificio Zappa

Il romanzo tocca punte di estrema tragicità e commozione, trattando anche temi che qualcuno potrebbe considerare tabù o, quantomeno,”scomodi”: le è capitato, durante le presentazioni, di ricevere commenti negativi su questi?

Quando ho finito di scriverlo, mi sono detto che se mai un editore avesse deciso di pubblicarlo, poi mi sarei dovuto trovare a difenderlo dagli attacchi e dalle critiche di qualcuno. E invece non è successo, e questo mi fa pensare che io e i lettori ci siamo trovati davvero a condividere qualcosa di urgente e giusto, e che doveva avere quella forma e non un’altra. Qualcosa che abbiamo intercettato insieme, io scrivendolo e loro leggendolo.

Il paese e il paesaggio, il caldo dell’estate, il posto segreto dei ragazzi e tutto l’ambiente circostante  partecipano alla storia ed entra nelle storie dei protagonisti. Questa connessione è stata ricercata o è stata per lei naturale narrarla?

È stato tutto talmente naturale che storia, personaggi, ambiente, lingua, ritmi, sembravano nati per stare insieme in quelle pagine. Era come se ogni elemento si portasse dietro l’altro e l’altro il successivo: e allora ho avuto la certezza che stavo andando nella direzione giusta, nell’unico posto in cui il romanzo voleva e doveva andare.

 

Lascia un commento