Milano e la mala in mostra

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Domenica scorsa mi sono finalmente concessa una gita a Milano per vedere la mostra Milano e la mala. Non capitavo in via Montenapoleone da parecchio, non solo per via del target di negozi – come dire – non proprio alla mia portata. Ho riscoperto un paio di viette affascinanti, portoni e palazzi dal sapore antico e tra questi Palazzo Morando, dove si teneva la mostra. Parlo al passato perché Milano e la mala si è conclusa quel giorno e io sono arrivata a visitarla “in zona Cesarini”. Il curatore, Stefano Galli, ha portato avanti e realizzato un lavoro più che accurato: il risultato è stato una mostra, promossa dal Comune di Milano e organizzata dall’associazione Spirale d’Idee con la Polizia di Stato, di grande richiamo. Il racconto – fotografico e non solo – della storia criminale della città è stato intenso e, per quanto mi riguarda, inaspettato. Alcuni fatti e nomi, come la rapina di via Osoppo o Renato Vallanzasca e Francis Turatello, sono conosciuti ai più e a me risultavano familiari per via dell’interesse che nutro da sempre per tutto ciò che riguarda il giallo, il poliziesco, il crimine e i suoi misteri, la criminologia.

Via Osoppo, dopo la rapina: il furgone portavalori della Banca Popolare e l’autocarro usato dai rapinatori (ArchiviFarabola)

Oltre a questi personaggi ed episodi noti, però, tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Ottanta nel capoluogo meneghino si è sviluppata una vera e propria rete di bande e organizzazioni che hanno dato vita ad attacchi incredibili e condizionato la vita della città stessa. Le immagini d’epoca in esposizione – 170 – si alternavano a documenti originali come schede e foto segnaletiche, a “strumenti del mestiere” utilizzati da ladri e rapinatori, a periodici e quotidiani che raccontavano e testimoniavano l’evoluzione del fenomeno malavitoso in città. Titoli sensazionalistici e inchieste del periodo davano l’idea di quale fosse la dimensione che esso aveva raggiunto e quale fosse la commistione con la società civile. Se nell’immediato dopoguerra si poteva parlare solo di borseggiatori e di tecniche per sfilare la lasagna (il portafogli) dalla tasca del malcapitati, pian piano negli anni si sono affermate e affinate vere e proprie strategie per la realizzazione di colpi in grande stile da parte di nuclei sempre più organizzati. La ricostruzione storica è stata puntuale e precisa, anche grazie alla collaborazione con la Polizia di Stato per la ricerca della documentazione, la selezione delle strumentazioni e degli arredi di ufficio originali, la scelta delle armi in uso; ciò spiegava bene anche il ruolo le forze dell’ordine: rappresentate da illustri esponenti quali il Commissario Mario Nardone e il futuro Questore Achille Serra, nell’arco di quarant’anni si trovarono a dover contrastare fenomeni sempre più ampi e pericolosi.

Il boss Francis Turatello negli anni Settanta (archivio privato)

Il lato oscuro di Milano e la tragica affermazione della malavita, che cresceva tra bische, night club, e circoli privati, sono stati perfettamente raccontati da scatti intensi, veri, forti. Su tutti, una foto che rappresentava emblematicamente un periodo tristemente noto e troppo vicino: un ragazzo, morto di overdose e steso su una banchina, riceveva la benedizione da un sacerdote. Si tratta degli anni in cui la criminalità aveva trovato la strada del massiccio spaccio di cocaina ed eroina, quando in via Padova gruppi di giovani trascorrevano il tempo bucandosi nel parco. Da qualche altra parte della città, quasi in un mondo parallelo, la metropoli era in rapida ascesa economica e sociale. Se nel 1958, “il colpo del secolo” di via Osoppo aveva visto l’assalto a un portavalori da parte di sette uomini che non esplosero neppure un colpo, gli anni successivi furono sempre più caratterizzati da violenza e spargimento di sangue.

Luciano Lutring, “il solista del mitra”, con la ballerina Elsa Pasini nei primi anni Sessanta (archivio privato)

Visitando la mostra si sentiva qualcuno – tra i più grandi d’età – bisbigliare un «Me lo ricordo», oppure «Io ero piccolo, ma i miei me lo raccontarono» o ancora un «Da noi questo non succedeva». Qualche altro visitatore ha riconosciuto alcuni dei luoghi in cui la mala cresceva, come il Giambellino, l’Isola, la casba di via Conca del Naviglio e Ticinese. Non sono milanese e non posso certo comprendere alcuni aspetti, così come non posso sentire mie fino in fondo certe suggestioni che la mostra offriva né immaginare quanto fossero diversi posti come l’Ippodromo e lo Sferisterio – allora centri di scommesse legate al mondo dell’ippica e della palla basca.

Il bandito Renato Vallanzasca dopo la cattura in un residence alla periferia di Milano (Farabolafoto)

Non sono milanese e dunque mi hanno molto incuriosito e divertito alcune espressioni gergali, quelle più note – balengo, su tutte, o perquisa – e quelle “del settore”: zanza (truffatore), polenta (oro) e cabriolet (assegno scoperto). Di sicuro però mi sono immersa in un mondo che – purtroppo – lontano non è, che ha visto muoversi attorno a sé anche la gente “bene”, che ha condizionato la musica – Giorgio Gaber, Ornella Vanoni, Enzo Janacci. per citare alcuni esempi – e lo spettacolo: molti dei più noti malavitosi frequentavano il Derby Club e celebre fu lo “champagnino” del “solista del mitra” Luciano Lutring. Milano e la mala arriva dopo una serie di esposizioni che hanno al centro una città – e la sua storia – raccontata in tutte le sue sfaccettature, con tanto amore e – a tratti – nostalgia. Prima di questa, nel palazzo si sono susseguite, dal 2013, Milano tra le due guerre. Alla scoperta della città dei Navigli con le fotografie di Arnaldo Chierichetti, Milano, città d’acqua e Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombardamenti alla ricostruzione. Già non vedo l’ora di tornarci, a Palazzo Morando, per la prossima esposizione che è già in programma e che si terrà a novembre: Milano e il cinema – 1896 – 1980: dite la verità, non siete già curiosi?

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