Mia figlia è un’astronave: Francesco Mandelli rinasce scrittore

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«Penso che sia un giorno perfetto per nascere. O per far atterrare un’astronave. Massima visibilità, temperatura prossima allo zero, c’è odore di freddo nell’aria», riflette Jacopo, mentre attende la nascita della sua prima bambina, Vittoria. La paternità lo sta cambiando già in quei momenti e lo cambierà nei giorni e mesi successivi, così come cambierà, con qualche difficoltà, il suo rapporto con la compagna Viola. Tanto è preciso e scrupoloso il primo quanto è poco affidabile Napo, musicista trentenne con un’inguaribile tendenza a restare adolescente e una grande sofferenza per la fine della storia con Elettra. A scuoterlo sarà il colpo di fulmine per una ragazza, conosciuta ad una festa, di nome…Viola. Quanto ci sia, in Jacopo e in Napo, di Francesco Mandelli, autore di Mia figlia è un’astronave (ed. DeA Planeta), i lettori potranno scoprirlo martedì 27 novembre alle 18 alla Libreria Ubik di Piazza San Fedele 32. Classe 1979, conduttore, attore in tv, cinema e teatro, sceneggiatore, regista, cantante, doppiatore, Mandelli incontrerà il pubblico per raccontare (insieme alla sottoscritta, dicono, che naturalmente è onoratissima di esserci) il suo primo romanzo ma, soprattutto, quello che è il suo percorso artistico e personale, che la nascita di sua figlia, tre anni fa, ha profondamente cambiato.

Francesco con Fabrizio Biggio a Sanremo

Ora, io magari sono di parte perchè seguo il ragazzo qui da quando era “piccolo” (come me, dato che siamo praticamente coetanei) e faceva il veejay di Mtv ed era il Nongio, lo ascoltavo su radio Deejay, ho visto quasi tutti i film a cui ha partecipato a vario titolo, mi sono appassionata a Squadra Antimafia ho seguito lui e Biggio a Sanremo, ho visto la web serie Sandro, il video de L’esercito del selfi mi ha fatto impazzire e mi manca solo di sentirlo con gli Shazami. Però il libro è una figata e vale davvero la pena leggere l’intervista qui sotto e fare un salto alla Ubik, martedì.

Il romanzo è, di per sé, finzione, ma pare chiaro che ci sia qualche spunto autobiografico: la spinta per scriverlo è venuta solamente dalla nascita di tua figlia o era già in te e diventare padre ti ha aiutato a portarla avanti?

Sicuramente quelle che hanno portato alla scrittura del romanzo sono state diverse forze. Quando è nata mia figlia venivo da un periodo della mia vita molto produttivo: avevo già scritto un altro libro, numerosi testi per tv e cinema ma la “vena” si era un po’ esaurita. Diventare padre mi ha sconvolto positivamente e ho capito che in quel momento dovevo far “riposare” la creatività perché volevo godermi mia figlia e mi interessava di più passare del tempo con lei. Per un paio di anni mi sono messo a riposo e ho fatto poche cose: se prima ero “bulimico” di lavoro e accettavo  tutto, in quel momento la scelta era sempre tra stare a casa con mia figlia per godermi quel periodo – che poi non sarebbe più tornato – o lavorare all’ennesima cosa, che magari avevo già fatto;  ho sempre scelto la prima strada perchè non ero più il ragazzino delle commedie e de I soliti idioti. Passati un paio di anni ho avuto voglia di rimettermi al lavoro ma, ovviamente, non è così automatico “riaccendere la macchina”. Nel 2017 ho fatto qualche tentativo, ho scritto qualche sceneggiatura e cercato nuovi progetti di cui innamorarmi ma non ero soddisfatto, sebbene la vivessi con serenità. A settembre di quell’anno mi è stato proposto di scrivere un altro libro e ho pensato che fosse un buon punto di partenza, anche perché l’idea del romanzo era ben diversa dalla raccolta di racconti (Osnangeles) che avevo già pubblicato e che, in buona parte, era frutto di testi scritti negli anni con una gestazione dunque più lunga e meno pesante: un libro nuovo poteva essere dunque un buon esercizio per rimettermi in attività. Discutendo dei possibili temi, tutti notavano come mi si illuminassero gli occhi parlando di mia figlia e della paternità: da lì abbiamo capito che quello era l’argomento giusto da raccontare. Naturalmente ci siamo tutti detti subito: «Ti prego non raccontare della tua, di paternità» perché, per fortuna o purtroppo, non credo che a nessuno interessi della mia vita; l’idea era quella di mettere quelle sensazioni ed emozioni dentro la struttura di una storia che potesse diventare universale. Da lì il momento – importante e bello – dell’immaginare e creare la storia con i suoi personaggi, gli episodi e i capitoli, trasportando le mie esperienze in una struttura di fiction.

Hai delle aspettative – al di là delle speranze di una buona accoglienza – rispetto al riscontro del pubblico?

Io sono consapevole di un fatto: al mio pubblico “solito” che io abbia scritto un libro non interessa nulla. Bisogna essere onesti con sé stessi: io ho raggiunto la popolarità con un intrattenimento molto leggero e divertente, politicamente scorretto e anche molto adolescenziale (quasi analogo all’età in cui mi trovavo). Io però penso che noi siamo professionisti anche in base a chi siamo umanamente, per cui si deve comunicare ciò che si è in quel momento. Fare le stesse cose per una vita – a venti o a cinquant’anni – diventa deprimente e io non voglio esserlo. Il libro è uno dei miei tentativi di cambiamento: l’ho scritto per me, oltre che per la gente. Spero che i lettori pensino «non me l’aspettavo da Mandelli», sarebbe il complimento più bello: sorprendere il pubblico con una cosa ben riuscita è un punto a favore. So anche che la strada per convincerlo – peraltro in un momento in cui è bombardato da intrattenimento sotto ogni forma e canale e mezzo – è lunga. Mi piacerebbe che la gente lo leggesse, che potesse arrivare a più persone possibile ma non ho grandi aspettative e se non dovesse succedere sarei consapevole del fatto che ci vuole tempo per convincere le persone, ai cui occhi non si cambia con un libro. Volevo però scrivere quello che, rileggendolo tra dieci o quindici anni, io possa dire che era un bel libro, scritto per me e – non lo nascondo – anche per mia figlia. Diversamente da prima io rifletto sulle conseguenze, sono meno istintivo e ragiono anche sul fatto che ora faccio cose che poi lei vedrà. Con I soliti idioti è stato bellissimo, ho raggiunto il successo e sono stato appagato ma oggi voglio fare altro, voglio fare cose belle.

Il tuo cambiamento si vede anche in altri percorsi e contenuti: sei stato regista di Bene ma non benissimo – film sul tema del bullismo – e a luglio hai debuttato con il monologo teatrale Title and deed di Will Eno, su di un uomo che racconta il suo passato in un’altra nazione e il presente in un luogo straniero. Erano esperienze a cui già aspiravi o sono state del tutto inaspettate?

Io ho sempre pensato che la cosa che mi piaceva più fare era l’attore, poi però le cose sono cambiate e questa convinzione si è un po’ esaurita.  Essendo io in un momento di passaggio non so bene chi sono e credo che, invece, quando fai l’attore tu debba esserne ben consapevole, per poi calarti nei vari personaggi. Nel 2004 ho frequentato la Civica Scuola di Cinema di Milano e ho studiato regia; imparare a  stare dietro alla telecamera secondo me serve a starvi davanti e mi è piaciuto e anche quando scrivevo le sceneggiature mi immaginavo la realizzazione delle scene. Nei miei lavori poi mi sono appoggiato ad altri perché credo sia complicato dirigere, interpretare e scrivere la stessa cosa.  L’esperienza della regia non l’ho cercata consapevolmente, ma inconsciamente ed è arrivata nel momento giusto; la proposta di Bene ma non benissimo  è stata quasi un fulmine a ciel sereno ma ho pensato che la vita fosse meravigliosa: un progetto molto stimolante, una sfida che mi consentiva di uscire dalla zona di comfort e di metterci impegno e fatica. La sceneggiatura, peraltro, mi toccava molto perché parlava di adolescenti in maniera delicata ed emozionante e volevo toccare quelle corde. Quando sono arrivato sul set non ero certo di “portare a casa” la giornata, ma pian piano ho capito che la cosa che mi piace più fare ora è questa: mi piace lavorare in gruppo, vedere realizzato in immagini qualcosa di scritto e adesso ho appena finito di girare il secondo film. Si tratta di un lavoro ancora diverso, una commedia molto bella, dedicata al grande pubblico, parzialmente ambientata a Sofia le cui location suburbane di periferia – caratterizzate dall’edilizia postcomunista – è stato molto interessante rendere cinematograficamente. Per quanto riguarda il monologo, invece, si tratta quasi di un ritorno: volevo da tanto tempo fare teatro, che è quello che per primo mi ha fatto innamorare di questo lavoro; alle scuole superiori facevo parte di diverse compagnie e volevo rivivere la sensazione che si prova stando sul palco e sentendo il rapporto con la gente, che con cinema e tv si perde. Ho atteso finché – per casualità, coincidenza, o come la vogliamo chiamare – non mi è arrivato qualcosa che ritenevo interessante, un copione che in qualche modo racconta di una persona che si sente estranea e che non riesce a collocarsi poiché  straniero ma non nel senso in cui quotidianamente se ne parla – in maniera più o meno violenta – bensì come “straniero della vita vissuta”, individuo che fatica a comunicare e a capire chi è. Io mi sentivo – e mi sento ancora – così perché vengo da un certo tipo di percorso e sono in fase di cambiamento, ho modificato in qualche modo il posto in cui sono e il pubblico stesso forse non mi colloca chiaramente. Il monologo ha parti sia drammatiche che ironiche  e mi fa piacere che quando le persone vengono a vedermi tendano comunque a sorridere, sebbene il testo mi abbia messo alla prova. Questo spettacolo magari non avrà lo stesso successo delle mie esperienze precedenti ma non mi interessa perché non voglio esser prigioniero, come altri colleghi, della visibilità.

 

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