L’amico Faber di Enzo Gentile aspettando Parolario

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Un poeta, il più grande tra quelli che, nel Novecento, hanno voluto prestare le parole alla musica, creando indimenticabili canzoni senza avvertire un complesso di inferiotirà privilegiando quella che, fino a quel momento, si considerava un’arte povera, Anzi, tra le sue frasi più ricordate c’è questa: «Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore». Un musicista, che ha preso spunto dai trovatori provenzali, ma anche da contemporanei come Brassens, dalle ballate popolari anglosassoni e dal folk americano, che si riconosceva fratello di Leonard Cohen e che ha saputo tradurre Dylan come nessun altro, che ha cambiato stile quasi a ogni album, legando tutto con la sua inconfondibile, bellissima voce. Un concertista recalcitrante, un perfezionista permaloso in studio e sul palco. Un artista disinvolto nel raccogliere i contributi di altri alla sua musa. Un alcolista, fino a quando obbedì all’ultimo desiderio del padre, sul letto di morte, abbandonando il bicchiere. Un uomo di spirito che organizzava burle con Paolo Villaggio, un tifoso accanito del Genoa e un astrologo dilettante, un erudito, insaziabile lettore, un contadino tornato alla terra per soddisfare l’amore di gioventù per la campagna. Un padre, un marito, un uomo che amava le donne. Un anarchico, un amante dei dialetti fine cesellatore delle parole più consone ad esprimere il suo pensiero cmpiutamente, tanto da trascorrere giorni, anzi notti, su un singolo termine. Fabrizio De André era tutto questo? «Era un uomo, e come tutti aveva dei chiaroscuri», risponde Enzo Gentile, giornalista, critico, operatore culturale, saggista che ha dato alle stampe, con Amico Faber, uno dei libri più interessanti tra gli innumerevoli pubblicati in questi vent’anni di assenza. L’11 gennaio del 1999 l’autore de La canzone di Marinella, Bocca di rosa e La guerra di Piero soccombeva al male che lo aveva aggredito ed entrava, definitivamente, nel mito. La presentazione a Como all’Officina della musica di via Giulini 14B domenica 13 gennaio alle 18.

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Fabrizio De André ritratto da Ivo Milazzo

Gentile, perché un altro libro su De André?
È stata una proposta dell’editore che, sulle prime, mi ha visto titubante perché, è vero, si sono moltiplicati i testi dedicati a Fabrizio in tutti questi anni. Sono partito dalla mia esperienza personale, dai miei incontri con lui sfociati in una frequentazione e in un’amicizia, e ho deciso di comporre un mosaico interpellando chi lo aveva conosciuto. Non volevo, però, parlare di musica, o, meglio, solo di musica. Ho parlato con amici, conoscenti, collaboratori che nessuno aveva ancora intervisato, persone che lo hanno conosciuto non solo per motivi professionali.
Ne emerge un ritratto unico e incredibilmente sfaccettato.
Pur avendolo conosciuto, ho cercato di scrivere qualcosa che interessasse a me per primo. Ho scoperto un De André pescatore, che si infervorava per la politica, amante della bisboccia, ma anche della quiete e della solitudine, che si è messo a studiare il sardo per diventare, a tutti gli effetti, membro della comunità dell’Isola.
Come vi siete incontrati?
Come racconto nel libro, mi è stato chiesto di realizzare un’intervista e lui mi ha risposto che prima avrebbe voluto conoscermi. Ero solo un ragazzo, emozionato e felice per quella opportunità. Abbiamo parlato tanto e io pensavo che quella fosse l’intervista. Invece mi dise di lasciargli le domande, lui avrebbe risposto rigorosamente per iscritto. È stato un grande insegnamento: non vivevamo in un’epoca veloce come questa, eppure lui si prendeva i suoi spazi, il tempo per lui era un alleato, non un nemico.

Enzo Gentile

Dalle interviste sono emersi aspetti sorprendenti anche per chi lo ha frequentato?
Tutti mi hann parlato della sua generosità. Si metteva a disposizione: era molto concentrato su se stesso, ma non esitava a offrirsi. Ha chiesto tanto, ma ha anche restituito. Sicuramente chi ha lavorato con lui ne è uscito accresciuto in termini artistici e, soprattutto, umani. Questo mi ha molto colpito: lo hanno detto tutti, anche quelli con cui ha litigato.
Sorprese anche in negativo?
Sono stato molto amico del compianto Piero Milesi che è anche l’unica eccezione che ho messo nel libro, perché ho deciso di non raccogliere vecchie testimonianze di chi non c’è più (Paolo Villaggio e Fernanda Pivano su tutti), principalmente perché sono già state pubblicate altrove. Piero mi raccontava dell’estrema difficoltà di lavorare con un artista così esigente. A volte ci vedevamo a cena, ma poi lui a mezzanotte doveva andare in studio perché con Fabrizio si lavorava solo a notte fonda. Gli ha cambiato la vita e bisognava scavare fino all’ultimo centimetro alla ricerca di una perfezione assoluta. Per chi ci ha vissuto è stata anche una sofferenza.
Tutte le voci sembrano concordi nell’avversare Principe libero, il fortunatissimo sceneggiato Rai.
Per chi lo ha conosciuto si tratta di un mezzo disastro, pieno di imprecisioni, lacune, forzature. Sicuramente la fiction ha le sue esigenze, ma ne è uscito un ritratto falsato, bidimensionale. La verità è sempre più agile. Peraltro ha ottenuto dei riscontri altissimi, sintomo che il personaggio necessitava di un quadro.

I ragazzi lo scoprono anche così.
Meglio, allora, operazioni ironiche, ma rispettose come quella di The André (che interpreta brani trap come se fossero ballate di Faber, ndr) che, penso, lo avrebbe divertito molto. E anche oggi giovanissimi che ascoltano tutt’altro, quando scoprono La Buona Novella o Non al denaro, non all’amore né al cielo, dischi che hanno quasi mezzo secolo, sono subito conquistati dalla sua lucidità di pensiero oltre alla bellezza delle canzoni.

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