In mostra le foto di Monti, l’occhio del rock

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Il suo nome, forse, ai meno esperti non dice molto in prima battuta. Ma le sue opere evocano in un istante un mondo intero di esperienze, di amicizie e amori, di baci e di pianti, di partenze e ritorni. Perché Cesare Monti, Montalbetti all’anagrafe, fotografo e creativo di fama internazionale, ha firmato molte delle più importanti copertine della musica italiana degli anni Settanta e Ottanta, lavorando con Fabrizio De André, Angelo Branduardi, Pino Daniele e Lucio Battisti, di cui fu amico e fotografo per diversi anni. Quando ancora c’erano i vinili, e le cover che li custodivano erano un elemento importante quanto le tracce dell’album, parte fondamentale del progetto artistico e spesso destinate a restare nella memoria. A volte guadagnandosi persino vita propria. A celebrare il suo lavoro, la mostra Cesare Monti: L’immagine della musica, curata da Roberto Manfredi e Vanda Spinello, che si terrà al salone civico del Torchio, in piazza Castello a Carimate, da sabato 23 giugno al 5 agosto.

Angelo Branduardi

Nato a Milano, Monti è scomparso nel febbraio del 2015, a nemmeno 70 anni, e ha attraversato una delle stagioni più fertili della musica nostrana confermandosi come l’art director, fotografo e regista più attivo e innovativo nella discografia italiana. Negli anni Ottanta si è poi dedicato all’arte visiva e alla pubblicità, come regista per marchi quali Barilla, Volvo e Swatch. Come lui stesso raccontò, quando nel 1971 tornò dall’Inghilterra iniziò a lavorare per il mondo dell’immagine musicale collaborando con le maggiori etichette discografiche, in particolar modo realizzando copertine dei dischi, ma allora non c’era nei riguardi di questo prodotto nessuna cura, nessuna attenzione. Gli uffici stampa delle case discografiche, diceva, sottolineando come solo pochi anni dopo questo sarebbe suonato impensabile, le commissionavano a fotografi generici che lavoravano per lo più per riviste, e parte delle foto venivano utilizzate da rotocalchi con impostazioni a volte assurde. Lui e Vanda Spinello, sua compagna di lavoro e nella vita, lavorarono a lungo per compensi ridicoli, per poter giungere a quel cambiamento di prospettiva che permise loro di creare le immagini che tutti oggi conoscono.

Pino Daniele

Monti è stato il primo art director italiano a impreziosire l’oggetto disco, inserendo libretti di fotografe legati al concept degli album. La sua visione cinematografica della musica ha prodotto lavori che hanno attraversato i decenni. La spiaggia di Rimini di Fabrizio De André, l’ultimo cerino di Non farti cadere le braccia di Edoardo Bennato, il Pino Daniele pensoso di Nero a metà, l’orologio di Darwin! del Banco del Mutuo Soccorso e Lucio Battisti che corre sorridente nel fango di La batteria, il contrabbasso eccetera. Di Lucio Battisti Monti curò in esclusiva l’immagine e quella delle sue copertine. Nella sua lunga carriera ha ideato e prodotto più di 250 cover di album per Equipe 84, Pfm, Angelo Branduardi, Ivano Fossati. E poi ha diretto videoclip, documentari, film d’arte e spot pubblicitari. All’interno del salone civico saranno esposte decine di fotografie e copertine, oltre ad alcune gigantografie che ritraggono scatti inediti a Lucio Battisti e un pannello di circa 10 metri di lunghezza con tutte le opere realizzate per la discografia.

Saranno anche proiettati alcuni suoi video come Giampiero Reverberi, il primo autentico videoclip made in Italy. Un film promozionale della durata di una ventina di minuti che mostrasse al mercato americano gli Stone Castle Studios, ovvero gli studi di registrazione che si trovavano proprio nel castello di Carimate, accanto alla sala che ospita la mostra. Tra il 1977 e il 1987 furono moltissimi i nomi di primo piano che incisero qui, da Lucio Dalla a Francesco Guccini, da Riccardo Cocciante ad Antonello Venditti, e poi Roberto Vecchioni, Eugenio Finardi – che a Carimate prese casa – Nicola di Bari, Bobby Solo, gli Stadio, i Pooh, Teresa De Sio, Loredana Bertè, Mia Martini, Alice, Patty Pravo, Paul Young. E soprattutto Fabrizio De André che in questi studi registrò il capolavoro Crêuza de mä.

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