Il Ritorno alle terre selvagge di Frank Lotta alla Ubik

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Una serata qualunque di un anno fa circa: sto tornando a casa e, ascoltando Radio Deejay, decido di mandare un messaggio a proposito di quello di cui parlano Francesco Frank Lotta e Sarah Jane, in onda con Gente della notte. Con mia grande sorpresa, mi chiamano in diretta e così ho modo di chiacchierare con loro – per una fan come me è davvero emozionante, anche perché sono davvero carini e simpatici con tutti gli ascoltatori – di raccontare che faccio la speaker per CiaoComo Radio e che proprio di lì a poco si terrà la festa per i quarant’anni della nostra amata radio locale. Un anno dopo, decido di contattare Frank per organizzare a Como la presentazione del suo libro Ritorno alle terre selvagge, pubblicato a marzo.

Frank Lotta nel Cammino di Santiago

Gentile, disponibile e alla mano come sempre, lui accetta e ci muoviamo per definirla: gli propongo anche un’intervista e lui mi invita ad andare in radio per farla di persona. Un sogno. Due sabati fa, dunque, con la mia amica Elisa arriviamo in via Massena 2 e il portiere ci fa salire al piano degli studi dove entriamo emozionate come adolescenti perché da quando adolescenti lo eravamo davvero ascoltiamo Radio Deejay e sogniamo di arrivarci. Dopo aver seguito lì, nello studio rosso, di fianco al Tato e a Jennifer, la diretta di Frank e – mammamia! – avere avuto anche la possibilità di intervenire, chiacchiero con lui del sul libro, dei viaggi, dell’altra sua trasmissione, Deejay on the road. Ho ancora un sorriso ebete sul viso, mentre ci penso, e non vedo l’ora di martedì 5 giugno alle 18 alla libreria Ubik di piazza San Fedele 32 per parlare con lui e il pubblico di quel gioiellino che è Ritorno alle terre selvagge! Intanto godetevi la sua intervista.

 Come mai proprio questo viaggio e non gli altri che hai fatto, ha suscitato l’esigenza di raccontarlo in un libro?

Tutto è nato da una bella coincidenza: mi trovavo alla presentazione del libro di Folco Terzani – mio caro amico – e in quell’occasione lui, a cui avevo fatto leggere i miei appunti di viaggio e con il quale mi ero confrontato molto, dopo il ritorno dall’Alaska, mi ha suggerito di far leggere quello che avevo scritto a qualcuno. Quella sera, per una fortunata casualità, mi sono trovato a incontrare l’editor della casa editrice Sperling & Kupfer, che mi ha chiesto di leggere gli stessi appunti. Dopo averlo fatto mi ha rivelato che, a suo dire, non erano solo note di viaggio, bensì un vero e proprio racconto e da lì è venuta la richiesta, bella e inaspettata, di scrivere il libro.

Viaggi da sempre o è una cosa che hai iniziato a fare più di recente?

In realtà non lo faccio da tantissimi anni, dal 2010 circa, anche per via dell’impegno economico che un viaggio di un certo tipo comporta. Nel tempo ho fatto molte rinunce per potermi dedicare poi ai viaggi: in alcuni casi sono rinunce che non mi sono pesate, come alcune serate mondane o il classico aperitivo in Corso Como, mentre in altri casi è stato più impegnativo ma avevo un obiettivo preciso.

Frank Lotta a Radio Deejay fra Nicola Savino e Linus

Tanti sono i viaggi che hai intrapreso oltre a quello in Alaska (il Cammino di Santiago, il giro dell’Islanda in moto, quello dell’Australia in bici): c’è un momento particolare – che tu riconosci – in cui scatta l’esigenza del viaggio e da lì meta e modalità, c’è una pianificazione o il viaggio è frutto di un’ispirazione momentanea? 

No, non c’è nulla di pianificato, sarebbe uno sminuire la bellezza del viaggio ma anche della vita stessa: volendo lasciare spazio al romanticismo, è come se si organizzasse l’incontro con l’uomo o la donna della propria vita. Tutto è legato alla casualità: diciamo che cerco di cogliere delle ispirazioni e muovermi di conseguenza. Anche la scelta dei mezzi è molto più casuale di quanto si pensi: l’unico caso in cui questa è stata un po’ più ragionata è stato quello dell’ultimo viaggio, quello in Australia, che ho girato in bici. Mi ero reso conto di aver usato tutti i mezzi, salvo quelli marittimi: dopo quelli a piedi, in jeep e moto era venuto il momento di quello in bicicletta e ho optato per l’Australia perché volevo allontanarmi parecchio dall’Italia e dall’Europa.

Il lavoro a Radio Deejay è quello che sognavi ma ad un certo punto della tua vita ha anche provocato un momento di riflessione: quanto di questo c’è nel libro?

Beh, è quello che ha smosso in me tutto: sono arrivato qui nel 2009, all’età giusta, in un momento importante della vita ma questo mi ha anche portato, dopo qualche tempo, a riflettere su alcune cose. Non anticipo nulla perché nel libro è ben raccontato ma in quello stesso momento sono arrivati dei segnali esterni – come il film Into the wild e un libro suggerito da un’amica – che ero predisposto a cogliere.

Frank on the road in Islanda

Passando a un altro ambito del tuo lavoro, ossia la trasmissione Deejay on the road, in cui dialoghi con ospiti vari: qualcuno ti ha ispirato per i tuoi viaggi?

Ne sono stato ispirato ma non da un punto di vista pratico – rispetto, ad esempio, a suggerimenti sulle destinazioni – ma piuttosto dal loro modo di intendere la vita e da alcun riflessioni; questo è avvenuto soprattutto nella prima stagione, durante la quale avevo conosciuto persone come Franco Battiato e Max Gazzè. Quest’ultimo, contrariamente a quanto potrebbe sembrare ai meno attenti, rivela uno spessore culturale difficilmente eguagliabile. Con alcuni degli ospiti – come Folco Terzani – si è anche instaurata, come ho già avuto modo di dire, una bella amicizia. Nella seconda stagione del programma, invece, il taglio era diverso perché io invitavo ragazzi che viaggiavano e quindi si trattava maggiormente di una forma di documentazione, piuttosto che di riflessione vera e propria sul viaggio.

 Una domanda che ti ho sentito fare nella trasmissione: qual è una canzone che ricolleghi al viaggio e che a esso associ?

Nel libro “compare” una canzone –  Just breathe dei Pearl Jam – che per me ha un significato molto particolare e che può essere un pezzo che io in qualche modo associo alla dimensione del viaggio. Il messaggio che contiene è di una banalità quasi disarmante ma allo stesso tempo riporta l’attenzione su quella che dovrebbe essere la preoccupazione primaria di ciascuno di noi, e che Eddie Vedder porta a leggere in maniera più profonda: respirare.

 

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