Migrazioni: Un giorno senza messicani all’Insubria

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Prosegue la Rassegna cinematografica Migrazioni – Diritto e diritti nello sguardo del cinema. L’intensificazione dei flussi migratori dal Sud del Mondo ha posto le società europee innanzi alla sfida della gestione di questo fenomeno, da realizzare, nel breve termine, sul piano dell’accoglienza e, nel lungo periodo, attraverso la realizzazione di adeguate politiche d’integrazione. Il Dipartimento di diritto, economia e culture dell’Università degli studi dell’Insubria, da tempo, nell’esercizio del proprio ruolo formativo e culturale, affronta in chiave interdisciplinare le questioni migratorie, sia offrendo un percorso universitario completo sia collaborando con le istituzioni deputate a farsi carico della gestione dell’emergenza e dell’integrazione. La rassegna si inserisce a pieno titolo tra le iniziative rivolte alla comprensione del fenomeno, nella convinzione che lo strumento cinematografico sia utile per coglierne la complessità, offrendo una chiave di lettura efficace per leggere senza pregiudizi le trasformazioni della società in cui viviamo. Al confronto parteciperanno non solo docenti del Dipartimento e di altre Università italiane, ma anche professionisti e operatori a vario titolo impegnati sul territorio e quotidianamente chiamati a confrontarsi con la sfida dell’immigrazione. Mercoledì 24 gennaio nell’Aula magna del Chiostro di Sant’Abbondio proiezione di Un giorno senza Messicani di Sergio Arau.

Un giorno senza messicani (Usa / Messico / Spagna, 2004, 100 minuti) di Sergio Arau con

Cosa accadrebbe se un bel giorno tutti i messicani scomparissero come per magia dallo stato della California? È questo l’interrogativo a cui tenta di rispondere l’insolito film di Arau. Un film che con grande originalità affronta un tema comune a molte società. Se in California ci sono i messicani in Italia ci sono gli albanesi e i magrebini, i senegalesi e i cinesi. Ovunque la paura del diverso fa nascere in molte persone un atavico desiderio di isolarsi in comunità sigillate e anti intrusione, il semplice aggirarsi per le strade di individui dalla carnagione differentemente pigmentata crea il panico in alcuni e domande inquietanti in altri (quanto ci costano? cosa fanno? perchè non se ne vanno?). La pellicola di Arau risponde bene a tutte queste domande, svelando una verità di certo non sorprendente, anzi palesata ormai da tempo: i messicani sono la spina dorsale su cui si basa l’economia della California. Generalizzando, le etnie più deboli e povere sono quelle su cui quelle ricche e potenti costruiscono il loro potere e la loro ricchezza. Parcheggiatori, commessi, camerieri, spazzini, giardinieri, raccoglitori di frutta, operai, babysitter, tutti lavori utili e indispensabili svolti dagli umili messicani, cinesi, magrebini, albanesi di questo mondo. L’altra particolarità del film è di affrontare tale tema con i toni della commedia, a tratti esilarante. A questo tono scanzonato si affiancano dati reali sullo stato delle cose, sull’impiego della manodopera, sui salari e sul costo dell’assistenza sanitaria. Un film folle, sconclusionato, ma che supera tutti i suoi limiti regalandoci un inconsueto punto di osservazione. In mezzo alle innumerevoli trovate del regista si staglia un uomo, un barbone, un pazzo che borbotta in modo incomprensibile una frase: «Loro (i messicani) erano gli unici che ancora credevano al sogno americano, gli unici che speravano di poter ancora cambiare la propria vita venendo a vivere in un posto migliore». Fa riflettere.

Interviene Adrián Rentería Díaz. Ingresso libero.

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