La vita in blues di Eric Clapton al cinema

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Forse non è il più grande chitarrista di tutti i tempi, ma di sicuro è uno dei più celebri in tutto il mondo. Anche per Slowhand, Eric Clapton è arrivato il momento della celebrazione cinematografica con Life in 12 bars, un documentario presentato al Sundance Festival e che approda anche sugli schermi italiani solo per tre giorni, dal 26 al 28 febbraio. «To sing the blues you’ve got to live the dues», scriveva il suo amico Stephen Stills: per cantare (e per suonare) il blues devi viverne le pene e la vita di questa star internazionale non è stata semplice. Fin da bambino quando, a 9 anni, scoprì che tutta la sua vita fino a quel momento era stata una menzogna architettata dalla sua famiglia: quella che credeva sua madre era, in realtà, sua nonna e quella che gli avevano detto essere sua sorella era, invece, la sua giovane mamma: il padre, un militare canadese, si era defilato poco elegantemente. Il film ripercorre le tappe della straordinaria carriera di Clapton, chitarrista lanciato dagli Yardbirds, lasciati per i Bluesbreakers di John Mayall quando decisero di realizzare un singolo più pop che blues. Poi la breve, ma intensa, avventura dei Cream, uno dei primi supergruppi che vede anche i primi tentativi di Clapton come autore di canzoni come Sunshine of your love e Badge e scusate se è poco. In quest’ultima c’è lo zampino di un Angelo misterioso, ovvero George Harrison: tra manolenta e il Beatle taciturno nacque una solida amicizia sull’onda delle sei corde che riuscì a non andare a rotoli neppure quando Eric gli rubò la moglie Patty Boyd. Un amore tormentato incorniciato da Layla, incisa da Derek & The Dominos, un altro supergruppo, dopo i Blind Faith con Stevie Winwood, con lo straordinario virtuoso della slide Duane Allman, e da Wonderful tonight, pubblicata quando la storia era già agli sgoccioli e Clapton era diventato una celebrità anche come cantautore, con un pugno di album di grande successo. Il purista del blues non disdegnava incursioni nel reggae (fu tra i primi), popolarizzava autori in cui credeva come J.J. Cale (sue After midnight e Cocaine), si misurava volentieri con i grandi del rock e, periodicamente, tornava al blues. Tutto combattendo dipendenze dalle droga e dall’alcol che lo videro quasi soccombere, fino alla stoccata finale, la tragica morte di Conor, figlioletto avuto da Lory Del Santo, un dolore che una ballata triste come Tears in heaven ha potuto solo lievemente mitigare. Oggi si è quasi ritirato, non farà più tournée anche se, ogni tanto, si esibisce ancora e continua a incidere. Ha già pubblicato un’autobiografia e, ora, ecco la consacrazione… in 12 battute, quelle del blues.

Eric Clapton: life in 12 bars (Gran Bretagna, 2017, 135 minuti) di Lili Fini Zanuck
«Clapton è Dio». Con queste parole scritte in giro per Londra, Eric Clapton diventa definitivamente un guitar hero. È senza dubbio uno delle figure più iconiche della storia della musica: l’unico ad essere inserito per ben tre volte nella Rock and Roll Hall of Fame, diciotto volte vincitore ai Grammy Award, e universalmente riconosciuto come uno dei più grandi performer di tutti i tempi.

Dove vederlo

Uci Cinemas, via Leopardi 1, Montano Lucino, ore 18 e 21
Cinelandia della Ca’ Merlata, piazza Fisaac 1, Como, ore 20
Cinelandia Arosio – Brianza, via Valassina, Arosio, ore 20

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