Jasmine Trinca si racconta per la Lake Como film night

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Un giorno devi andare, intenso film di Giorgio Diritti, girato in Amazzonia, magnifico esempio di cinema di paesaggio, inaugurò la prima edizione del Lake Como film festival, il 14 luglio di cinque anni fa. Oggi lo stesso film verrà riproposto nel padiglione centrale di Villa Erba in occasione della Lake Como film night, che concentra tutta l’esperienza della manifestazione in dodici ore di proiezioni e incontri e ad accompagnare il lungomeraggio sarà Jasmine Trinca, attrice che proprio con quella parte incontrò il suo primo ruolo da protagonista assoluta. Ieri era già a Como, accompagnata dalla sua bambina, felice di vedere per la prima volta la città e il lago, cogliendo l’occasione per incontrare un’amica a cui, da tempo – racconta – aveva ripromesso questa visita.


Sono passati cinque anni dall’uscita di questo film. Che cosa ha lasciato, all’attrice e alla donna?
È un film arrivato in un momento molto particolare della mia vita. È stato molto impegnativo, con una sua bellezza profonda. Diritti, inizialmente, mi aveva parlato di quelli che potevano essere i problemi pratici, forse cercava di prepararmi al peggio: il caldo, i serpenti, animali enormi!… Abbiamo girato tanto in Amazzonia, diversi mesi e in certi momenti eravamo completamente isolati. È stata un’esperienza molto forte, a livello emotivo e spirituale, confrontarsi con questa grandezza, l’assoluto di quello che a me sembrava un mare e che invece è un fiume, il Rio delle Amazzoni. Un’energia potente, anche faticosa, come può esserlo il silenzio. Sono dimensioni che qui non conosciamo.
E in tutto questo c’era anche da girare il film.
Sì ed è stato molto intenso anche il confronto con gli indigeni. Abbiamo lavorato in un villaggio dove non è mai arrivata l’elettricità, dove il cinema è qualcosa di assolutamente distante dal loro modo di pensare. Glin indios facevano fatica a capire di dover “fingere”. Il capo, che è una figura anche religiosa, soprattutto: gli veniva chiesto di ripetere la stessa scena più volte e non ne vedeva il motivo. Alla fine arrivò sua moglie a portargli una zuppa di guaranà per dargli un po’ di sostegno.


Un film su una donna in evoluzione che si è rispecchiato anche sul piano personale?
C’è uno strano incontro tra le storie e i personaggi e quello che nella vita io ho vissuto. Da qualche parte ogni ruolo ha liberato delle cose in me, dandomi la possibilità di interpretare tante parti del femminile. Dopo quel film ho avuto molta fortuna perché ho potuto interpretare dei personaggi che non è facile riuscire a incontrare per un’attrice. Esempi molto diversi di femmile, anche contrapposti. Incarnare dei ruoli è anche una forma di testimonianza, perché penso che sia molto importante, soprattutto nel nostro Paese, restituire un’immagine reale, e quindi complessa, del femminile.
Nanni Moretti in Sogni d’oro si lamentava che non riusciva mai a scrivere ruoli femminili. Oggi com’è la situazione.
C’è anche tutto un movimento, di donne che scrivono, di registe anche se sono tantissime quelle che si diplomano, poi il passaggio dal pezzo di carta alla professione non è facile. Le registe che vedo in Italia hanno tutte uno sguardo particolare che contribuisce moltissimo ad arricchire l’immaginario. Penso a Laura Bispuri, soprattutto ad Alice Rohrwacher: Lazzaro felice è il film più bello dell’anno, secondo me. E non perché lo ha girato una donna: devo sottolinearlo perché c’è sempre il rischio di essere fraintese.

Jasmine Trinca con Andrea Giordano, vicepresidente di Lake Como film festival

Nonostante l’impegno di realtà come Dissenso comune – che si propone di «riscrivere gli spazi di lavoro e una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini» – la situazione non sembra troppo cambiata.
In Italia c’è una percezione diversa. Negli Usa, dopo lo scoppio del “caso Weinstein”, ci sono state delle vere e proprie inchieste giornalistiche, non si è rimasti al livello del pettegolezzo. Qui le figure di quelle che parlano, prima Asia Argento, poi tutte le altre, vengono messe in discussione ancora prima di parlare. E non è solo un brutto segnale del livello culturale del nostro Paese, ma è un sistema che toglie la voce a tutte quelle donne che sono in una condizione di facile ricatto: se non possono permettersi di parlare, nessuna poi parlerà. Insomma, bisogna lavorare ancora molto.

(Foto di Andrea Butti)

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