32″ 16. Vita e morte di Samia, inghiottita dal Mediterraneo e dall’indifferenza

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32 secondi e 16 è il tempo impiegato dalla giovane atleta somala Samia Yusuf Omar a tagliare il traguardo dei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino del 2008. 32 secondi e 16 è stato il tempo in cui Samia è esistita agli occhi del mondo prima della tragica morte in mare, che l’ha resa tristemente famosa, avvenuta durante il viaggio per abbandonare il suo paese. 32 secondi e 16 è anche il titolo dato alle spettacolo diretto da Serena Sinigallia e portato in scena da Tindaro Granata, Valentina Picello e Chiara Stoppa sul palco del Teatro Sociale di Como la sera del 28 marzo. Uno spettacolo che non ha voluto solo raccontare le vicende della vita della giovane atleta, i suoi allenamenti, il suo viaggio per terra e per mare, ma che ha anche cercato di riflettere la posizione dei paesi europei riguardo il problema delle migrazioni che interessano il Mediterraneo con una metafora iperbolica, accusatoria e grottesca.


L’ombra di una barchetta proiettata sul cellophane che impedisce la vista del palcoscenico a rappresentare il naufragio della barca su cui viaggiava Samia, da cui Samia è caduta e dalla quale nessuna ha voluto salvarla, apre lo spettacolo. «Il mare è pieno di persone vive e di storie di morte». Il cellophane cade e rivela un podio al centro del palco, sul quale i tre attori si muovono per raccontare la vita della ragazza, iniziando dalla sua città, Mogadiscio, in cui la sua passione è soffocata: Samia è una donna e non si può allenare. Ma non è nell’indole di un’atleta arrendersi: Samia si allena di notte, si nasconde a ogni rumore sospetto e riprende a correre quando tutto è tranquillo e continua ad allenarsi fino ad arrivare alle nazionali, dove dimostra di essere la più veloce del suo Paese. Viene scelta dalla Federazione Somala e portata alle Olimpiadi, dove si dimostra del tutto impreparata e dopo le quali torna a Mogadiscio senza che nulla sia cambiato. Dalla sua ambizione inizia il suo viaggio: si trasferisce in Etiopia per cercare un allenatore ma senza documenti non può allenarsi perché è una clandestina. Ma i documenti non arrivano. Samia decide di intraprendere il viaggio per cercare di raggiungere l’Europa e dopo 2.000 km di viaggio nel deserto, nell’aprile del 2012, sale sulla barca che la porterà ad affogare poco lontano da Lampedusa. Tutte queste vicende sono rievocate dai racconti degli attori, dalle loro discussioni sull’atletismo della ragazza, da canzoni in lingua somala, dalla mimica di una corsa sfiancante in cui chi si ferma è perduto.  La scena più efficace dell’intera rappresentazione è stata quella della morte in mare di Samia: mentre sullo sfondo scorrono le immagini delle Olimpiadi di Londra del 2012, accompagnate del loro inno, la voce accorata di una dei tre attori racconta delle onde troppo alte che hanno infranto i sogni e le speranze della giovane somala.
Inizia a questo punto la parte di più difficile comprensione, che ha anche creato qualche problema al ritmo narrativo dello spettacolo, dato che si tratta di uno stacco completo dalla situazione precedente. Il palcoscenico diviene un’isola non meglio specificata su cui vivono due esseri umani dalle voci bambine che, nella completa indifferenza, trascorrono la loro vita pescando cadaveri dal mare perché non si mischino con i pesci e che credono di essere completamente soli al mondo. Con queste scene grottesche e disturbanti, in cui i due personaggi si dimostrano totalmente privi di empatia, si è voluto rappresentare l’atteggiamento dei paesi occidentali del Mediterraneo riguardo le migrazioni che interessano il loro mare: completa indifferenza. Non sono riuscita a comprendere a pieno tutti i risvolti grotteschi della situazione narrativa, che hanno lasciato me e il pubblico che mi circondava quantomeno straniti, ma anche disturbati. Ma probabilmente era proprio questo lo scopo: lasciare un senso di malessere davanti alla rappresentazione della nostra stessa indifferenza.

(Foto di Carlo Pozzoni / ufficio stampa)

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