Visioni dal futuro di Sabina Guzzanti: fuga dal secolo dimmer…

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Sabina Guzzanti entra in scena sul palco del Teatro Sociale di Como la sera del 24 marzo, sfoggiando una capigliatura blu a metà tra quella di Joe Squillo nell’edizione di Sanremo dell’‘83 e Ursula della Sirenetta. Dapprima serpeggia tra il pubblico un senso di straniamento: non si capisce il perché di questo look, a chi si rivolga né di cosa stia parlando. Dopo qualche minuto, però, lo spettatore riesce più meno a orientarsi e a capire il contesto in cui si trova: egli fa parte di una platea del futuro, che assiste all’ennesimo discorso celebrativo sulla fine del cosiddetto Secolo Dimmerda, periodo compreso tra il 1990 e il 2041.

Il palco è diviso in tre spazi: una pedana al centro, utilizzata dall’artista perlopiù per le imitazioni; un leggio a sinistra, dedicato ai momenti più seri dello spettacolo, dove la Guzzanti ripercorre gli snodi storici, politici e sociali che hanno caratterizzato il Secolo Dimmerda; e il resto del palco, nel quale si rivolge all’auditorio in una sorta di descrizione etnografica di usi e costumi merdoliani. L’equilibrio perfetto tra momenti comici e seri dato da questa scansione e dalla vitale e flessible recitazione dell’attrice mantiene viva l’attenzione del pubblico per tutta la durata dell’esibizione. La protagonista si esprime in una sorta di neolingua, ornata di versi e giochi di parole e di sporadiche interruzioni con «danze per scaricare la tensione».

Nei momenti più intensi, sulle due pareti dietro di lei compaiono proiezioni che ricordano pitture rupestri, a sottolineare l’arretratezza delle popolazioni merdoliane, e raffigurano armi e denaro.

Per contrastare il crescente disinteresse dei suoi contemporanei nei confronti del Secolo Dimmerda e degli esseri umani che l’hanno vissuto, SabnaQƒ2 (questo è il nome della donna incaricata a tenere il discorso) si pone l’obiettivo di esaminare più a fondo le cause che hanno spinto uomini e donne dell’epoca a cadere tanto in basso e restarci così a lungo. In quest’analisi ripercorre le tappe fondamentali che hanno portato alla prevalsa del sistema neoliberista: la nascita del liberismo, che a causa degli enormi guadagni generati dai conflitti militari conduce alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale; la parentesi di benessere sociale e culturale nel dopoguerra, che porta l’uomo a mettere in discussione qualsiasi forma di controllo e costrizione; il ritorno di una teoria liberista, che questa volta non promuove l’indipendenza del mercato dallo Stato ma concepisce lo Stato stesso come un’azienda. Sulla falsariga del saggio Shock economy di Naomi Klein, la Guzzanti si spiega questa regressione con l’applicazione delle teorie di Friedman, premio Nobel per l’economia nel 1976, che sostiene l’esigenza di uno shock per instaurare politiche liberali. Vari sono gli esempi portati a sostegno: il regime di Pinochet in Cile, la guerra delle Falkland sotto la Thatcher, la distruzione di New Orleans per opera dell’uragano Katrina. Ultimo e più significativo, il crollo del muro di Berlino, e con esso della speranza in sistemi che non siano quelli neoliberali.

La rassegnazione è dunque il sentimento che caratterizzerà gli uomini vissuti dal 1990 al 2041. Ed è nella descrizione di questi atteggiamenti disillusi che la comicità della Guzzanti si scatena: oltre alle imitazioni di politici e personaggi dello spettacolo, suo cavallo di battaglia, inseriti nella trama della pièce teatrale come stralci di discorsi giunti fino al futuro, l’attrice si lancia in una critica nei confronti delle nostre abitudini, in particolare quelle legate all’uso della tecnologia, raffigurando un vero e proprio popolo di webeti (critica che non sembra distogliere il pubblico dalla propria dipendenza, considerata la quantità di schermi che si illuminano durante lo spettacolo).

La conclusione è lasciata in sospeso, e la domanda «Come ne siamo usciti?» non trova risposta: il discorso della celebrazione è durato fin troppo e per la platea, che finora si è sempre accontentata della «Leggenda dei ventiquattro superstiti» per spiegarsi la fine del Secolo Dimmerda, è giunto il momento più importante, quello di ballare e fare festa. Sono poi così diversi dai merdoliani questi uomini del futuro?

(Foto di Lucrezia Testa Iannilli)

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