Paolo Migone, un fenomeno livornese a Figino

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img-20160922-wa0006Un ora e mezza manciata di minuti di risate senza soluzione di continuità. Punto. Non potrei né dovrei aggiungere altro, per descrivere lo spettacolo di Paolo Migone a Figino Serenza, in occasione della festa Patronale di San Michele. La tensostruttura gremita di gente, i posti a sedere esauriti, la folla che si accalca ai lati, in piedi o accovacciata a terra, bambini, tanti bambini (troppi, direbbe qualcuno, ma è il Fertility Day, quindi la cosa si spiega da sé), famiglie, giovani, signori e signore non più di primo pelo, cani persino (che di pelo hanno anche il secondo e il terzo). Un’umanità variegata e pittoresca, riunita ai piedi di questo livornese dal pastrano bianco, i capelli grigi da son venuto in moto e avevo il vento contro e l’immancabile occhio nero, che ad ogni parola, movimento e mimica rapisce, scompiscia e strappa applausi, fischi ed entusiasmi. Ad applaudire e a ridere più forte di tutti sono le donne, protagoniste assolute dei suoi monologhi, nei quali una moglie arcigna, frigida, prepotente, ricattatrice, sadica, imbruttita dalla vita e dal matrimonio, fissata con l’ordine e l’igiene, gli rende la vita un inferno, trasformando il my wife in un invito al mai wife per le nuove generazioni.img-20160922-wa0020 La bravura di Migone sta proprio qui, nel riuscire a dire cose tremende sul mondo femminile senza che ci si senta minimamente offese, nell’esasperare l’assurdo di certi gesti e manie che, sotto sotto, ci appartengono e riconosciamo come vere (alzi la mano chi non ha mai trascinato il proprio compagno all’Ikea di domenica, costringendolo a scegliere tra un copriletto a fiori e uno a losanghe, o non ha mai preparato una valigia di quattrocento chili per una settimana di vacanza, o, ancora, non si è mai lamentata del modo altrui di lavare i piatti, e glielo ha rinfacciato per l’eternità), in contrapposizione a un uomo che «è molto meno evoluto della donna, si lava di rado e ha bisogno di tre sole cose che funzionino: la macchina che parta al mattino, la squadra del cuore messa benino in classifica e la possibilità di trombare. Le donne moderne invece viaggiano, si confrontano, comprano libri di ottocento pagine, mentre sui comodini degli uomini ci sono dei libriccini tipo La vita di Sandro Mazzola, con ottantaquattro foto e in fondo un rigo solo, con scritto “Sì, sono Sandro Mazzola”». 
Dal primo appuntamento (in cui lei parla fino allo sfinimento e lui si innamora perdutamente) alla irrinunciabile tragica gita al museo, dalle gioie del ti amerò per sempre ai dolori della convivenza, dalla prima vacanza insieme alla nascita di un figlio, Migone racconta paradossali episodi di vita reale con sarcasmo e leggerezza, senza alcun trucco o artificio, costruendo intorno agli spettatori un mondo in cui sentirsi a casa, finalmente compresi e accettati per come si è. Con lui, sul palco, un’unica sedia, che diventa letto, divano, sedile d’aereo, sostegno, oggetto su cui sfogare rabbia e frustrazione, in un gioco dell’immaginario che sorprende e affascina, perchè non vi è necessità di altro, in scena, quando la personalità di chi la calca è così immensa da riempirla tutta. Ci sono carisma, mestiere, esperienza, e quell’anima livornese che da sempre mi seduce (ebbene sì, ho un debole per Livorno e i livornesi, che vi devo dire, sarà colpa del mare e del cacciucco), c’è una dialettica intelligente, dalla quale è quasi un onore farsi sfottere, c’è della semplicità, accompagnata ad una sana modestia alla quale, forse, ci stiamo disabituando.

Un’ora e mezza manciata di minuti che ci volevano, a spezzare la settimana lavorativa e a farci riflettere su quanto faccia ridere la nostra quotidianità, che a noi può sembrare noiosa e banale, ma che agli occhi di un altro può risultare talmente comica da fare quasi male. L’ironia, forse, è il solo mezzo che ci rimane per salvarci da noi stessi e restituirci la giusta dimensione dei nostri affanni, per osservare le cose da un diverso punto di vista, per trovare del buono anche laddove non crederemmo mai. O forse no, ma di sicuro vale la pena provarci. Male di certo non fa.

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