Nati due volte, un capolavoro di Pontiggia in scena al San Teodoro

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Mi infilo tra le tende e scivolo sulla prima poltrona che trovo, nel buio del teatro. È sabato pomeriggio, fuori il sole si impegna e fallisce, nel tentativo di scaldare questo inverno, mentre qui dentro si sta bene. Mi sento una privilegiata, in questo momento, perché ho la possibilità di vedere un pezzetto delle prove di Nati due volte, lo spettacolo teatrale che verrà messo in scena al San Teodoro di Cantù venerdì 27 e sabato 28 gennaio, con una terza replica prevista per il 3 febbraio.

Sul palco i due attori protagonisti, Christian Poggioni e Annamaria Rossano, sotto la guida del regista Stefano De Luca e gli occhi vigili di Maddalena Massafra, Linda Riccardi e Francesca Cervellino, stanno provando una scena, che su di me ha lo stesso effetto di uno schiaffo ben assestato: qualcosa inizia a bruciare, e, prima che possa impedirlo, inizio a piangere, molto poco dignitosamente. Mi do pure della sciocca, perché tra poco incontrerò il cast per l’intervista, e presentarmi ridotta a uno straccio non è esattamente un buon inizio. Quello che vedo rappresentato, tra i gesti e le parole, è un frammento della mia vita di tutti i giorni, in cui aspettative, speranze, fatica, esasperazione e bellezza si attorcigliano e consumano intorno ad alcune persone speciali, diverse perché uniche, diverse eppure uguali a tutte le altre al mondo.

Nati due volte, tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Pontiggia, racconta del sottile confine tra diversità e somiglianza, tra normalità e anormalità, tra accettazione e fuga, in uno scambio intenso e profondo di emozioni, come quelle che un padre può provare nei confronti di un figlio disabile.

«Nel lavoro di adattamento drammaturgico del testo – mi riferisce De Luca, il regista – io e Maddalena abbiamo tentato di rispettare la struttura in capitoli del romanzo, presentando le scene con i titoli usati da Pontiggia, per disegnare il percorso della relazione tra un padre e suo figlio Paolo, portatore di una grave disabilità. Due sono i filoni narrativi: quello principale è la storia del ragazzo, dalla sua nascita fino a quando, cresciuto, viene finalmente visto e riconosciuto dal padre per quello che è, dopo un lungo percorso di reciproca conoscenza. L’altro è alla base dell’intero spettacolo, che si fonda sulle relazioni, sulla capacità di vedersi e ascoltarsi, sul compito, che spetta a tutti, di rinascere ancora come essere umano, capace di riconoscere l’altro e rapportarsi a esso. A questo scopo, abbiamo deciso di affidare lo svolgersi della vicenda a due soli attori, Christian Poggioni e Annamaria Rossano, due figure genitoriali, il maschile e il femminile, scegliendo di non far comparire mai il terzo personaggio, il ragazzo disabile, perché volevamo che fosse evocato solo attraverso le reazioni delle persone intorno a lui, mostrando tutto quello che questa nascita provoca nelle persone coinvolte, nel padre, nella madre, nell’amante di lui, nella fisioterapista che si prenderà cura del bambino. Il personaggio di Paolo vive attraverso gli sguardi e il racconto degli altri, è una presenza fortissima pur nell’assenza, esiste, anche se non viene mostrato. Nella rappresentazione, così come nel romanzo, c’è una perenne e affannosa ricerca di normalità, con la quale si ha un rapporto ambivalente; tutti ambiscono a rientrare in quella zona universalmente riconosciuta come norma,  per giungere sempre all’inevitabile conclusione che niente e nessuno è normale.»

«Qui non si parla necessariamente di una disabilità fisica o mentale – interviene Linda Riccardi, responsabile delle scenografie e dei costumi – ma è uno spettacolo che parla soprattutto a chi vive la propria diversità, perché impari a coglierla e a valorizzarla, trovando così la propria normalità. Non abbiamo voluto mettere in scena in modo retorico ed esplicito degli elementi o un personaggio preciso, per rendere in maniera impalpabile e delicata questa caratteristica e restituire il concetto della diversità universalmente intesa. Mettere in scena un disabile fa associare necessariamente la diversità a quel tipo di disabilità, trascurando tutte le altre, perciò lo spazio scenico è uno spazio vuoto, che conta pochissimi elementi. Al centro del palco c’è questo enorme schermo, che ha un uso pratico e un significato metaforico, dietro al quale c’è sempre qualcosa che non si vede, una zona di semitrasparenza, tra la proiezione dei titoli dei capitoli e le ombre. In contrapposizione con il nero delle sedie e della cornice dello schermo, ci sono bastoni e palle di plastica coloratissime, che simboleggiano la fisioterapia a cui viene sottoposto Paolo, ma che evocano costruzioni mentali, come strumenti in bilico tra il piacere del gioco e la fatica della riabilitazione. I costumi, comodi e dai colori neutri, sono stati pensati per permettere agli attori di muoversi liberamente, anche in vista dei numerosi personaggi che si trovano ad interpretare.»

«Paolo è affetto da tetraparesi spastica distonica – riprende Stefano – ed è la terapista a formulare questa diagnosi, un’etichetta sbattuta in faccia ai genitori perché ne prendano consapevolezza. Dal momento che si tratta di un tipo di disabilità molto legato alle capacità motorie, la coreografa Francesca Cervellino ha fatto lavorare gli attori soprattutto sul movimento e su tutti quei gesti che a noi appaiono normali, come stare in piedi o versare un bicchiere d’acqua, ma che in realtà sono conquiste così gigantesche che dovrebbero farci apprezzare la preziosità e la meraviglia del nostro essere e del nostro quotidiano.»

«Si era partiti da un training abbastanza vario, basato sull’improvvisazione – racconta Francesca – perché mi interessava creare suggestioni emotive e relazionali tra gli attori, capire come stare nei panni del figlio, del padre e della madre, con giochi di movimento, azioni ripetute e ruoli che continuavano a scambiarsi, a stretto contatto con la propria fisicità, restando nel proprio corpo con quel tipo di ascolto, relazione e presenza. Si è lavorato sull’esplorazione di questi pochi oggetti di scena, su come si potesse usarli e considerarli. Volevamo mostrare i diversi e numerosi strati emozionali, spesso in contraddizione, che emergono dal libro.»

«Abbiamo seguito molto da vicino il romanzo – prosegue De Luca – i focus sono il padre e il suo rapporto con il figlio, una relazione difficile, in cui spesso il padre si chiede se tutto quello che sta facendo lo fa per sé stesso o per il figlio; ne emerge una persona estremamente intelligente e consapevole, persino crudele nei confronti di sé stesso, pieno di sensi di colpa. Lo spettacolo è fatto di frammenti, la drammaturgia non è lineare, però spero che emergano i vari approcci diversi, come la pazienza, la dolcezza, il tentativo di entrare in questo mondo difficile, l’ascolto, l’esasperazione e la paura di non farcela; un arco diverso di energie relazionali tra il bambino e i genitori, che cambiano, con la lenta accettazione del quotidiano nel tempo, tempo che passa e che viene conquistato, ogni giorno.»

«L’aspetto di questo spettacolo che mi colpisce di più è l’emotività che mi si muove dentro – mi confida Annamaria, l’attrice protagonista – un lavoro fisico così intenso, mescolato al testo, stimola delle emozioni molto forti, che ti porti dietro per tutta la rappresentazione; sembra di stare in una bolla, ed è un piacere continuo. Io non sono una mamma, per questo cerco di capire come essere il più semplice possibile, sviluppando la pazienza e difendendo un ruolo che non mi appartiene, ma che faccio comunque mio.»

«Siamo fieri di questa nostra produzione, – Conclude Maddalena Massafra, responsabile del teatro San Teodoro – nata in collaborazione con il festival Parolario, nel corso del quale organizzeremo una replica dello spettacolo. Inoltre, abbiamo ottenuto i diritti dalla famiglia,  e in particolare dal protagonista del romanzo, Andrea Pontiggia, figlio dell’autore, che sarà presente alla replica del 28 gennaio. Il 18 febbraio, invece, saremo al teatro Cambusa di Minusio, in Svizzera. Nati due volte affronta una tematica che a più livelli tocca tutti, sia chi ha esperienze di disabilità in famiglia e sia chi ne è estraneo, perché tutti ci sentiamo coinvolti, dal momento che lo spettacolo si sviluppa sul confine sottile tra ciò che è normale e ciò che non lo è. Oltretutto, abbiamo scelto il testo di un autore del nostro territorio, punto di riferimento per la letteratura moderna e contemporanea, quindi chi lo conosce è attratto dall’idea di vedere messo in scena qualcosa di suo. Non si è trattato di un lavoro di riscrittura, ma di taglia e cuci, nel tentativo di rispettare fedelmente il testo; un’accurata selezione, di quelle che erano le parole che più ci interessavano ed erano mirate agli argomenti che ci stavano a cuore, l’identità e la percezione che ciascuno ha di sé stesso. È stata una meravigliosa attività di immersione e analisi, Pontiggia è un autore denso e complicato, ma dotato di un’ironia incredibile, ricco di sfumature e ambiguità, che ha la grande capacità di regalare ai lettori l’occasione di trovare tra le righe una quantità di significati e possibilità vastissime, diverse per ognuno. Questo lo abbiamo percepito con forza grazie ad alcuni studenti del liceo artistico statale Fausto Melotti di Cantù, che stanno partecipando ad un progetto di alternanza scuola-lavoro legato a questa produzione, con il compito di seguire tutte le fasi delle prove e della messa in scena; al termine di una di queste, ci hanno restituito delle interpretazioni diversissime, personali, uniche e straordinarie. Siamo davvero rimasti sorpresi da tanta ricchezza. Sulla scia dei protagonisti di Nati due volte, anche noi, come gruppo, stiamo vivendo una sorta di rinascita, ci chiediamo cosa conta e ha davvero senso, e cosa possa determinare quello che siamo, in questo perenne equilibrio tra norma e diversità.»

Per info e biglietti: http://www.teatrosanteodoro.it/

(Foto di Roberto Raschellà)

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