Nano Nasaccio, il monologo di Carla Giovannone al Teatro Sociale

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La prima volta che ho incontrato Carla Giovannone ho avuto la netta sensazione di avere davanti un personaggio uscito da un mondo straordinario. Mi ero iscritta (sa il cielo il perché) a un corso di teatro – clownerie, e ricordo di averla da subito invidiata, perché come riusciva lei a fare quelle cose lì io nemmeno in cent’anni di studio matto e disperatissimo ce l’avrei fatta (infatti ho mollato il colpo, che va bene provare, ma l’autostima dopo un po’ ne risente). Forte, istrionica e solare, capace di passare da un ruolo drammatico alla comicità pura in un battito di ciglia, Carla è una di quelle poche, rare e preziose persone che ti avvolgono e rapiscono, un concentrato di energia che mille cose fa e diecimila ne pensa. Libraia doc, autrice e attrice teatrale, in queste ore si prepara a portare in scena il suo Nano Nasaccio, una fiaba in grammelot liberamente tratta dal racconto omonimo di Wilhelm Huff, che verrà rappresentato domenica 5 febbraio alle 16 nella Sala Bianca del Teatro Sociale di Como. Approfittando di un suo momento di pausa decido di chiamarla, curiosa di sapere qualcosa di più su questo spettacolo e sui preparativi che lo riguardano.

«Nano Nasaccio – mi racconta Carla – è nato durante il Balosso, il festival internazionale di teatro muto e grammelot che si è tenuto a Como nel 2013 e nel 2015. Nella prima edizione è stato organizzato un seminario di grammelot aperto a tutti, e proprio in quell’occasione mi è venuta l’idea di fare uno spettacolo per bambini utilizzando questo linguaggio, perché ognuno potesse creare il proprio, prendendo e mischiando parole, sonorità e onomatopee, creando qualcosa di unico e nuovo, cosa che i piccoli spesso fanno, giocando con la lingua. Ne ho parlato con Francesca Palenzona, che ha accolto subito con entusiasmo la mia idea, ha proposto il testo e ha deciso di lavorarci con me, curando la regia e i costumi dello spettacolo, con il quale abbiamo debuttato ad aprile del 2016 in una scuola elementare comasca.  La storia è una fiaba classica dell’Ottocento, scritta dal poeta e romanziere tedesco Wilhelm Hauff e famosissima in Germania, tanto quanto Pinocchio lo è in Italia. Quando ci siamo buttate in questa avventura non esisteva in commercio una traduzione integrale dell’opera, perciò io e Francesca siamo andate a recuperarne alcune degli anni Quaranta e Cinquanta e attraverso esse abbiamo ricostruito la storia, rimaneggiandola in alcune parti, dandole un taglio più contemporaneo e un linguaggio nuovo, armonico, più complesso e colorato ma allo stesso tempo leggero e comprensibile a tutti, che lascia grande spazio all’ironia. Mescolando tra loro i suoni a cui mi sentivo più legata, abbiamo ripescato termini dialettali e antichi, parole di un italiano che non usiamo più, e che qualcuno scambia per inventate, ma che fanno parte del nostro patrimonio culturale e che dobbiamo necessariamente salvaguardare, per preservare le radici profonde della nostra lingua, una delle più belle e ricche al mondo. Nano Nasaccio è uno spettacolo inaspettato e coinvolgente, adatto a bambini dai sei/otto anni in su, ma, andando in scena, mi sono accorta che piace anche agli adulti, perchè attraverso il divertimento intelligente si ha la possibilità di imparare e ridere spesso aiuta a pensare.»

Un monologo serrato e travolgente della durata di un’ora, in cui Carla interpreta tutti i personaggi, ben definiti da una fisicità studiata e intensa, giocata sulla mimica e i gesti, che fa da supporto potente e fondamentale alle parole e ricorda il Mistero buffo del maestro Dario Fo. A questo punto, inevitabilmente, chiedo a Carla di darmi qualche anticipazione sulla trama della storia, senza però svelarmi il finale.

«La fiaba racconta di un bambino di nome Gioacchino, figlio di una fruttivendola di paese, che spesso si reca al mercato per aiutare la madre a vendere i loro prodotti. Un giovedì mattina, davanti alla loro bancarella, si ferma una vecchia signora dall’aspetto arcigno che inizia a frugare tra la merce esposta lamentandosi che non c’è nulla di buono da mangiare. Gioacchino si arrabbia e tratta male la signora, prendendola in giro per il suo aspetto, e quest’ultima gli risponde mormorando un incantesimo. A quel punto interviene la madre, invitando la cliente ad acquistare qualcosa oppure ad andarsene. L’anziana decide di tornare a casa, ma chiede a Gioacchino di accompagnarla, perché lei è vecchia e ha bisogno di aiuto, e promette al bambino una lauta ricompensa. A quel punto la madre insiste affinchè il figlio accontenti la signora, così Gioacchino, seppur riluttante, la accompagna. Giunti alla sua abitazione, la vecchia mantiene la promessa e cucina al bambino un piatto strano, la sbobba alla sultana. Gioacchino la mangia, ma subito dopo si addormenta e fa un sogno incredibile, nel quale immagina di lavorare al servizio della padrona di casa ed imparare a cucinare. Quando si sveglia, il bambino capisce di aver dormito a lungo e, convinto di essere in ritardo, corre alla piazza del mercato dove lo aspetta la madre, ma lei non lo riconosce, sostenendo che suo figlio le è stato portato via sette anni prima da una perfida maga, la strega Malerba, e lo caccia via, descrivendolo come un nano dal naso grosso, Nano Nasaccio, appunto. Lui, accerchiato dalla gente, scappa, e quando riesce a specchiarsi si accorge di essere davvero un nano dal naso grosso, comprendendo di non aver sognato nulla, ma di aver vissuto per tutti quegli anni con la strega. Il povero Gioacchino, che pare segnato da un destino malefico, non sa darsi pace, finchè un giorno, dal palazzo del Granduca, si affaccia il camerlengo, annunciando che bisogna trovare un nuovo cuoco per la corte. Lo sventurato nano allora, ricordandosi di aver imparato a cucinare, si propone per ricoprire quel ruolo, e grazie alle sue capacità, diventa un grandissimo cuoco di fama mondiale. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma dopo altri sette anni il Granduca chiede che gli venga preparato un piatto speciale che nessuno è mai riuscito a cucinare come lui desidera: la sbobba alla sultana. Ce la farà Gioacchino? Il finale è una vera sorpresa, tutta da gustare.»

Per onorare il tema della cucina, al termine dello spettacolo verrà servita la merenda del Granduca, a base di dolci e leccornie zuccherate, a cui non si può certo dire di no. Salutando Carla, le chiedo da dove arriva la bellissima illustrazione che si trova sulla locandina di Nano Nasaccio.

«Guarda – mi confessa, ridendo – ha fatto tutto Francesca. Ha rivoltato tutto il web cercando qualcosa che rendesse l’idea, finchè si è imbattuta in questo disegno, presente in un antico libro di fiabe tedesche, e ha fatto una di quelle magie che solo i grafici esperti sanno fare. Lei è preziosissima, davvero. Ma devo ringraziare anche la mia mamma, Ernesta Chiacchio, che ha lavorato ai costumi di scena. Nano Nasaccio è uno di famiglia, ormai, e ad ogni performance sono sempre più soddisfatta di quello che abbiamo costruito. La mia prima insegnante di teatro mi diceva sempre: per far divertire il pubblico in platea devi prima divertirti tu sul palco. E io mi diverto un sacco. Credetemi.»

Biglietti: adulti a 10 euro; bambini a 8 euro. Infoline: www.teatrosocialecomo.it.

(Fotografie di Daniela Nisselino)

 

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