L’Odissea del figlio di Ulisse, ovvero come crescere con un padre lontano

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Gioele Dix entra in scena su un palco dalla scenografia essenziale: un drappo alle sue spalle, sul quale sono proiettati riflessi azzurri che ricordano il mare, una sedia e una scrivania cosparsa di appunti. Sabato 8 aprile va in scena al Teatro Sociale di Como il suo spettacolo Vorrei essere figlio di un uomo felice, che racconta il viaggio di Telemaco, figlio di Ulisse, alla ricerca del padre e alla scoperta di se stesso. L’attore integra alla lettura e alla spiegazione dei primi quattro canti dell’Odissea poesie, racconti, canzoni e aneddoti, nonché una notevole quantità di battute.

Inizia cantando I borghesi di Gaber e prosegue con una breve spiegazione del suo spettacolo: il monologo sviluppa attorno alla Telemachia un discorso sul rapporto tra padre e figlio, su come alle volte un’assenza sia più ingombrante di una presenza e sul viaggio di Telemaco come percorso di formazione. Comincia a leggere in greco antico i primi versi del poema omerico, poi si sofferma sulla trama, alternando spiegazioni e riassunti alla lettura: il concilio degli dèi, l’esortazione di Atena a Telemaco, l’arrivo a Pilo e il dialogo con Nestore, la visita a Menelao nella sua reggia sfarzosa, infine il ritorno a Itaca e il tanto atteso incontro col padre nel XVI canto.

Gioele Dix racconta l’Odissea con passione ed entusiasmo, quasi concitato in alcuni passaggi. Approfondisce usanze e costumi greci, spiegandoli al pubblico: l’ospitalità incondizionata di Telemaco nei confronti di Atena, travestita da straniero, i sacrifici immensi e spettacolari nella città di Pilo, il rispetto per gli anziani nelle parole del giovane Telemaco, che prova vergogna ad interrogare Nestore. Si rivela capace di leggere tra le righe del poema, restituendogli anche un risvolto comico che spesso si perde nelle letture scolastiche, semplicemente dando un tono ai versi scritti da Omero e importanza ad ogni singola parola.

Gli excursus sono colti e disparati: si passa da un racconto di Auster (tratto dalla raccolta Ho pensato che mio padre fosse Dio) alla Bibbia, da una poesia di Jannis Ritsos a un brano di Kundera, e il risultato è un pastiche ampio e variegato che verte attorno al grande tema della figura del padre, del suo ingombro e del distacco da essa nella ricerca di una propria individualità. L’artista non tralascia un coinvolgimento in prima persona nel suo discorso, inserendo anche numerosi episodi: passati, in cui si racconta come figlio, e presenti, nei quali invece lo si ritrova in veste di padre. In questo senso va interpretata la canzone di apertura: un percorso di crescita che si traduce in un’inversione di ruoli.

Forse unica pecca dello spettacolo sono i tempi un po’ troppo dilatati, che fanno perdere il senso unitario del monologo. Nel complesso, l’attore milanese riesce ad affrontare un tema vasto e ampiamente discusso come quello del rapporto padre – figlio con originalità, tra picchi di comicità, poesia e riflessione.

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