La rivoluzione è facile se sai come farla (bene)

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Lodo, Livio, Nicola e Paola non ce la mandano mica a dire. Ce la mostrano proprio, la realtà dei nostri tempi. La realtà dei venti/trentenni, quel lento barcamenarsi tra un futuro che non c’è e uno che si teme, tra le birre al bar in attesa che l’occasione si presenti e le porte sbattute in faccia alle ambizioni.

La rivoluzione è facile se sai come farla ha in sé tutta la tragica comicità di questa condizione di angoscia sospesa, e ci restituisce possibili soluzioni ad essa, soluzioni che non sono mai gratuite, ma prevedono la rinuncia e l’accettazione di compromessi.

Lo spettacolo in due atti inizia alle 22 circa, sulla scalinata di Villa Tittoni; la scenografia è minimalista e intuitiva e il primo ad occuparla è Nicola, voce fuori campo (e fuori dal coro), i cui monologhi accesi e serrati si intrecciano alle storie degli altri protagonisti. Livio interpreta Marco, giovane e ansioso aspirante scrittore di belle speranze (e, scopriremo, di scarso talento), che trascorre le sue giornate al bar, tra attacchi di panico, alcolici e Tavor, aspettando che la fortuna gli sorrida. Paola invece è Chiara (sarà un caso?), sceneggiatrice poco più che ventenne, che riversa nei suoi testi la frustrazione e il dolore per un amore perduto, e lamenta la chiusura e l’ottusità dell’élite culturale “che non vuole morire mai”, assolutamente incapace di stimolare e apprezzare le nuove generazioni. Lodo è l’antagonista duplice, da un lato l’arrogante editore che umilia, stronca romanzi ed esalta la mediocrità di chi lo stipendia («La gente vive nella malsana idea che ce ne freghi qualcosa di quello che pensa»), dall’altro un terribile e vanesio direttore di una fondazione artistica, interessato solo alla propria carriera e al proprio prestigio. Il suo stile recitativo si avvicina molto a quello di Alessandro Bergonzoni, bizzarro ed eclettico comico bolognese, famoso per i suoi lunghi discorsi ricchi di associazioni linguistiche ed esilaranti nonsense; attraverso questi, i personaggi di Guenzi si vestono di assurdo e ridicolo, contrapponendosi nettamente a quelli di Borghesi e Aiello, sottomessi, vinti, annientati dai rifiuti e dalla morte delle proprie aspirazioni alla fine del primo atto.

Il secondo atto si apre già in un’atmosfera diversa: il riscatto, la vittoria, la rivoluzione sono dietro l’angolo, pare di sentirne i passi. Marco trova consolazione e pace, quasi la felicità, laddove mai avrebbe pensato, Chiara decide di compiere un gesto crudele, orribile e definitivo, perchè «le rivoluzioni non si fanno mai in amicizia, c’è sempre qualcuno che deve perdere quello che ha, il più delle volte tutto quello che ha», i carnefici diventano vittime, il mondo come lo si conosce cade a pezzi e non esiste più. Restano le domande, piene e fondamentali: cosa siamo disposti a fare, per cambiare le cose? Se tutto quello che ci circonda dovesse mutare, siamo pronti a trasformare anche noi stessi?

20160526_001250La rivoluzione è facile se sai come farla termina così, senza dare risposte saccenti o pretenziose, instillando nel pubblico il desiderio (speriamo!) di interrogarsi su quanto il contributo personale di ognuno sia fondamentale per il raggiungimento degli scopi comuni. Lodo conclude presentando i suoi compagni in questa avventura e svela l’inganno, di cui ci siamo già resi conto dall’inizio dello spettacolo, ma che non riferirò qui, per rispetto dell’integrità artistica e dell’alone di mistero che gira su questa performance (la trama, ad esempio, non è riportata da nessuna parte, nemmeno sul sito ufficiale).

Poi ringrazia gli spettatori presenti per la fiducia dimostrata, «che ci riempie di gioia e orgoglio», per quei sold out a scatola chiusa («Nessuno sapeva bene cosa avrebbe visto e sentito») che, ammette, sono figli dell’affetto per Lo Stato Sociale, band di cui è chitarrista e cantante. Lunghi inchini, congedo, sipario. Su tutto, molti e meritati applausi.  La rivoluzione è facile se sai come farla. E ad iniziare bene, non si sbaglia mai.

 

 

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