La donna che morì due volte… o tre

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Siamo arrivati alla terza puntata de La donna che morì due volte, il giallo a teatro che sta appassionando molti spettatori. La trama si è infittita, i primi indiziati non sono rimasti gli unici, i rapporti tra la vittima e gli altri personaggi si sono rivelati molto complicati e una seconda morte si è aggiunta a quella che ha dato il via alla storia. Abbiamo fatto una chiacchierata con Pino Di Bello, regista e autore – su soggetto di Giovanni Cocco e Amneris Magella – dello spettacolo.

Pino Di Bello

Siete soddisfatti del successo che sta avendo? Ve l’aspettavate?

Siamo immensamente soddisfatti perché abbiamo continui riscontri positivi in rete ma anche personalmente dalle persone che incontriamo e con cui parliamo, che si sono molto appassionate alla storia. Non ci aspettavamo questo riscontro anche perché – per quanto mi riguarda – nella mia esperienza di autore teatrale non c’era mai stato qualcosa di simile ed è stata un’avventura scrivere questo testo. Il riscontro però ci dice che stiamo lavorando bene.

La formula a episodi, tipica delle serie tv, ha creato aspettativa nel pubblico e non ne ha minato la partecipazione, nonostante tra l’uno e l’altro trascorra circa un mese. Pensate che una messa in scena in un’unica rappresentazione potrebbe togliere qualcosa al fascino della suspence o prevedete di sperimentare anche questa soluzione?
La sensazione è che l’intervallo di tempo di un mese tra una puntata e l’altra sia stato forse un po’ eccessivo perchè comporta che il pubblico dimentichi alcuni particolari e sia necessario riepilogare la storia che si è svolta fino a quel punto. Abbiamo fortunatamente trovato, a tal proposito, in Claudia Taibez una efficacissima “alleata” che si è occupata di una ricostruzione dettagliata. Abbiamo in mente un paio di ipotesi per una nuova messa in scena, ossia una “maratona” che racchiuda tutti gli episodi o la riduzione a due puntate anche per consentirne l’esportazione in altri teatri.

Protagonisti: Marco Continanza e Stefano Andreoli

La rappresentazione prevede anche il passaggio del pubblico in luoghi del teatro che sono solitamente aperti solo ad attori, registi e maestranze: è un’idea che avete avuto sin da subito o un’intuizione che è nata successivamente, anche pensando al Teatro Sociale nello specifico?
L’idea abbozzata inizialmente era di rendere tutta la storia partecipata dal pubblico, che potesse così intervenire facendo delle domande e “vivendo” tutti i luoghi del teatro. Le cose sono poi cambiate per svariati motivi: non tutte le zone del teatro sono pensate per essere attraversate dagli spettatori e in alcune scene la recitazione e il testo devono necessariamente vivere di un’intensità che solo gli attori possono rendere. Il terzo atto, che sarà ricco di colpi di scena e di tante novità, si svolgerà, ad esempio, solo sul palco. Senza voler svelare nulla posso solo anticipare che una domanda di fondo che aleggerà in tutto lo spettacolo: che cos’è la verità?

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