La città dei mille canestri torna al San Teodoro

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Le Olimpiadi di Berlino del 1936, due giovani falegnami, un libretto, alcune sedie di legno forate nel mezzo e appese al muro. Strano ma vero, questo è l’inizio della storia della Pallacanestro Cantù: venerdì 16 dicembre al Teatro San Teodoro, attraverso un metaforico viaggio che ha per protagonista anche il legno, è stata celebrata con un grandissimo successo di pubblico. Tanto da “costringere” a immediate repliche. Ma non è bastato. Lo spettacolo torna in scena – è proprio il caso di dire “a grande richiesta” – venerdì 24 marzo.

Regista è Christian Poggioni, gli interpreti Davide Marranchelli, Simone Mauri e Alice Pavan, la produzione dello stesso San Teodoro insieme alla Società Pallacanestro Cantù.

Maddalena Massafra

Maddalena Massafra

La collaborazione con la città, che è notoriamente in stretto rapporto con la pallacanestro e con la società sportiva, si è manifestata anche attraverso le testimonianze degli abitanti. Abbiamo approfondito il lavoro che è stato svolto con Maddalena Massafra, autrice del testo.

Primo testo scritto da te in solitaria: che effetto ti fa vederlo messo in scena? Come hai vissuto questi mesi di preparazione dello spettacolo?

Sì, esatto. Primo testo che scrivo da sola. Anche se, a onor del vero, devo ammettere che senza il supporto e le testimonianze di tutte le persone che hanno avuto la pazienza di rispondere alle mie domande, non ce l’avrei mai fatta! Dovremmo quindi parlare di drammaturgia collettiva. Sono stati mesi molto intensi e frenetici. E, ora che il debutto dello spettacolo è vicinissimo, non riesco bene a realizzare che, da qui a poche ore, vi assisteranno tanti spettatori. È emozionante e intimorisce un po’, al contempo. La responsabilità di portare in scena una storia, che è la storia di una città, di tantissime persone, è sicuramente grande. Non è stato un lavoro semplice, soprattutto perché esistono pochissime testimonianze scritte di quella che è la prima parte di questi 80 anni di cammino iniziato nel lontano 1936. Il lavoro di chi scrive, per certi versi, è molto simile a quello dell’investigatore! Mi sono dovuta rimboccare le maniche, fare ricerche, raccogliere testimonianze e soprattutto parlare con le persone, con tantissime persone: non soltanto con chi ha vissuto da protagonista questa storia – mi riferisco a ex allenatori, giocatori e dirigenti – ma anche ai tifosi e ai cittadini. E, lentamente, questo prezioso e antico gioiello è venuto a galla, mostrandosi in tutta la sua bellezza e il suo fascino. Sì, perché la storia che ne è emersa è davvero affascinante a discapito di quanto, io per prima, pensassi.

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La città dei mille canestri racconta la storia di una società gloriosa e di una città che vive quasi in simbiosi con la pallacanestro: come ti sei avvicinata a questo sport e a questa realtà? Hai scritto con l’occhio e il cuore della tifosa o hai mantenuto una visione più distaccata?

Per mia fortuna, quand’ero adolescente ho militato, per qualche anno, nelle giovanili di pallacanestro della Pool Comense. Sono partita quindi avvantaggiata perché, se non altro, conoscevo le regole del gioco. Anche se poi, andare a ricostruire la storia della Pallacanestro Cantù, è stata ben altra impresa! Inizialmente ero scettica, devo ammetterlo. Ma più passava il tempo, più i racconti e le testimonianze rivelavano un concatenarsi di aneddoti e vicende, appassionanti e che – a tratti – hanno davvero dell’incredibile! Basti pensare che tutta la storia inizia con due giovani legnamé, due falegnami che, recatisi a Berlino per assistere alle Olimpiadi, trovarono un libricino che riportava le regole di un gioco importato in Europa dall’America, il basket, per l’appunto. Tornati a casa, i ragazzi iniziarono a praticare quello strano sport, costruendosi da sé i canestri, ricavati appendendo alle pareti delle proprie botteghe delle sedie di legno, forate nel mezzo.

La sinergia con la Società Pallacanestro Cantù come si è espressa?

Il rapporto con la Pallacanestro Cantù è stato fondamentale per realizzare questo spettacolo. Non soltanto dal punto di vista economico, sicuramente importante ma, soprattutto, per il sostegno nella stesura di questo testo. L’accoppiata “sport e teatro” ci è piaciuta da subito e sin dai primi incontri con Matteo Allevi e Luca Rossini (dirigenti della squadra che ringrazio infinitamente!), abbiamo intuito che questo spettacolo avrebbe rappresentato un importante progetto per Cantù. Attraverso un metaforico viaggio dal legno lavorato nelle botteghe dei falegnami, a quello del pavimento del palazzetto dello sport, fino alle assi del palcoscenico, La città dei mille canestri vuole infatti celebrare il patrimonio storico e culturale del proprio territorio, raccontandone il tessuto sociale e le evoluzioni in quasi un secolo di storia, creando l’occasione per far incontrare innovazione e tradizione, cultura e società. Non da ultimo, va ricordato il grandissimo sostegno che abbiamo ricevuto dalla Bcc Cassa Rurale Artigiana di Cantù, molto più che uno sponsor, che ha funto da ponte nel far dialogare e interagire le nostre realtà.

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Quale riscontro ti aspetti dal pubblico?

Quello che ho cercato di fare sin dall’inizio, è stato di rendere i cittadini protagonisti attivi del testo, in una sorta di drammaturgia collettiva costruita attraverso le testimonianze e il ricordo degli abitanti. Il pubblico ha raccolto con interesse e passione il nostro progetto e questo mi fa ben sperare. Anche se il verdetto finale lo avremo solo dopo lo spettacolo!

Ci vediamo venerdì al San Teodoro, dunque.

Alice Pavan, Davide Marranchelli e Simone Mauri durante le prove dello spettacolo

Alice Pavan, Davide Marranchelli e Simone Mauri durante le prove dello spettacolo

(Foto del backstage di Francesca Marelli)

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